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Israele si ritira dalla Striscia, dopo l'operazione Caldo Inverno, 115 morti e almeno 350 feriti tra i palestinesi. Ma l'appuntamento tra Tsahal e Hamas è solo rimandato

Paola Caridi

Martedi' 4 Marzo 2008

GERUSALEMME – C’è una sola certezza. Che il Caldo Inverno è finito. Quello che non è affatto certo, è cosa succederà dopo. Se, cioè, l’ultima operazione condotta dentro la parte settentrionale della Striscia dalle forze armate israeliane sia il capitolo – denominato “Inverno Caldo”, appunto – di una strategia militare più lunga e complessa. O se invece sia stato un test, alla luce del quale riprogrammare il tutto.
Tsahal si ritira appena fuori dal confine nord di Gaza, insomma. Ma Jabalya, bersaglio principale dell’offensiva di fine febbraio, è sempre lì, a pochissimi chilometri. Entrare di nuovo, far partire una nuova operazione, può richiedere poco tempo. Forse il tempo necessario per il governo di Tel Aviv di convincere il segretario di stato Condoleezza Rice attesa oggi che, come ha detto Ehud Olmert, Israele ha mano libera su come agire contro Hamas a Gaza. D’altro canto, il premier lo ha ripetuto anche ieri: il Caldo Inverno è stato solo un capitolo. La storia non finisce qui. La guerra tra Israele e Hamas non si conclude con il ritiro dei carriarmati e delle unità di combattimento che hanno causato, in cinque giorni, almeno 116 morti (molti dei quali civili) e oltre trecento feriti.
È, però, sull’interpretazione di quello che è successo in soli cinque giorni a Jabalya e a Gaza City che gli analisti israeliani si dividono. È stato un successo, come sostenevano ieri sia le fonti ufficiali di Tsahal sia i commentatori militari? Hamas è stata realmente indebolita dai bombardamenti, dai missili e dalle incursioni?
Le dichiarazioni dei membri della Brigata Givati, quella che ha perso due suoi uomini nel primo attacco, dicono che Hamas ha uomini che assomigliano più a soldati di un esercito che a miliziani di una guerriglia. E poi i razzi Qassam su Sderot e i più sofisticati Grad su Ashkelon: nonostante i raid e i bombardamenti continui, per cinque giorni, il lancio dei razzi non si è fermato. Neanche per mezza giornata. L’obiettivo, hanno lasciato trapelare i militari sui giornali israeliani, non era quello di fermare i razzi: non sarebbe stato possibile, con una operazione così breve. Occorre, e qui è il punto, una massiccia operazione di terra. Quella che si paventa da mesi e mesi. Ma se una offensiva considerata contenuta ha provocato 116 morti, tra i quali molti civili, cosa succederebbe con una operazione più allargata?
La risposta, per ora, non c’è. Tsahal sta studiando i risultati militari del Caldo Inverno. Il governo, dal canto suo, sta studiando gli effetti politici. Il primo, il più evidente, è che il binario dei negoziati con i palestinesi è stato chiuso. L’operazione di Gaza ha spinto persino il moderatissimo Abu Mazen ad alzare, e di molto, i toni. E, con un messaggio mediatico molto chiaro, a donare il proprio sangue per la gente di Gaza. Non è possibile pensare alle trattative, ora, quando i palestinesi tutti – da Gaza alla Cisgiordania – stanno consumando dentro di sé una rabbia profonda, dopo aver digerito per giorni le immagini crude che arrivavano senza sosta dalla Striscia.
La sospensione dei negoziati, però, non è solo un problema tra israeliani, da una parte, e palestinesi, dall’altro. O un problema nei rapporti con il supervisore, l’amministrazione a (quasi) fine mandato di George W. Bush che aveva promesso a telecamere accese una pace in Medio Oriente entro il 2008. La sospensione dei negoziati sta avendo dei costi anche all’interno del governo israeliano, e del partito laburista. Perché non tutti sostengono la linea seguita soprattutto da Ehud Barak, colui che era in Israele quando l’offensiva è cominciata, mentre Olmert era ancora in viaggio di stato in Giappone. Il grande oppositore è Ami Ayalon, che non contesta l’operazione militare di per se stessa. Per motivi etici, per esempio. Ayalon, colui che anni fa era stato a capo di una iniziativa di pace con il rettore dell’università di Al Quds a Gerusalemme, Sari Nusseibeh, si chiede piuttosto quale sia l’obiettivo politico. Dell’offensiva militare e di quello che verrà dopo.
“Nessuno sa quello che vogliamo”, ha detto ieri al quotidiano Maariv. “La vittoria si misura con l’abilità di creare una realtà politica migliore. E allora chiedo: quello che stiamo facendo a Gaza sta creando una realtà di questo genere?” Gli unici risultati, per Ayalon, sono invece che Abu Mazen è stato indebolito e che Olmert è ostaggio del ministro della difesa.


Leggi l'articolo anche sul Riformista



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