Amisnet, Agenzia Radio Comunitaria Campagna Supporto 2005 Amisnet


PALESTINA, AFFARI DI FAMIGLIA O AFFARI DEL MONDO? 22/9/11

SE GLI ARCHIVI PARLANO 19/9/11

SE GLI ARCHIVI PARLANO 19/9/11

TERRA E LIBERTA' 15/9/11

I FRUTTI DELLE RIVOLUZIONI: STRETTA DI MANO HAMAS-FATAH AL CAIRO 28-4-11

PALESTINE PAPERS. STORIA DI UNA CAPITOLAZIONE 24/1/11

"MA CHE CI STA SUCCEDENDO?". ISRAELE VISTA DAGLI ISRAELIANI 17/1/11

HUMOUR ALLA GEROSOLIMITANA 11/1/11

BIDEN E RAMAT SHLOMO 10/3/10

OXFAM, GAZA WEEKLY UPDATE 14/01/10

JERUSALEM BLUE 21/11/09

OBAMA, IL NOBEL E GLI ARABI 9/10/09

IL PRIMA E IL DOPO GAZA NELLE CONSTITUENCY DI HAMAS 6/10/09

GERUSALEMME, SEGNALI PERICOLOSI

LA ECO-SCUOLA DEGLI JAHALIN 31/08/09

GAZA, MASSACRO A JABALIA 2/3/08

Oltre cinquanta morti in meno di 24 ore, di cui almeno un terzo civili. 7 bambini uccisi dall'esercito israeliano nella sola giornata di ieri. La conta dei morti dell'incursione di Tsahal nel nord della Striscia

Paola Caridi

Domenica 2 Marzo 2008
GERUSALEMME – La conta dei morti si aggiorna di ora in ora, sul pallottoliere del conflitto in corso a Gaza. Trenta vittime, dalle prime luci dell’alba sino a metà giornata, per l’incursione di terra che l’esercito israeliano ha compiuto a nord della Striscia. A Jabalia, che definire campo profughi è un eufemismo. È una vera e propria cittadina a ridosso del confine, due o tre chilometri di distanza dal muro di cemento che separa Gaza da Israele. Poco più a settentrione, c’è Ashkelon, importante centro portuale, colpito anche ieri dai razzi artigianali Qassam e dai poco più sofisticati Grad. Cinque i feriti, tra la popolazione israeliana, colpita ad Ashkelon e a Sderot da almeno una cinquantina di razzi.
I soldati entrano nella Striscia sostenuti dall’aviazione e dai colpi di carroarmato. Ingaggiano combattimenti con i miliziani di tutti i gruppi armati palestinesi. L’esercito israeliano lascia sul terreno due soldati, entrambi di vent’anni, e cinque feriti. Mentre, dicono le fonti locali, i bombardamenti colpiscono le case. Il primo bilancio è subito archiviato. I morti salgono senza sosta. A sera, la conta parla di oltre 50 vittime. Un terzo civili, e tra questi sette bambini. Che si aggiungono agli otto uccisi negli scorsi tre giorni.
I feriti sarebbero almeno centocinquanta. Ma curarli, nel disastro sanitario di Gaza, è una missione impossibile. Al grande ospedale Shifa, di Gaza City, manca tutto. Anche le bende, dice il portavoce, Khaled Radi, mentre dodici ambulanze sono fuori uso per mancanza di carburante. Sembra, ed è, un bollettino di guerra. Eppure, non è ancora la tanto paventata operazione massiccia di terra.
Tra le vittime – annunciate - ci sono anche le trattative di pace tra israeliani e palestinesi. Interrotte, dice il capo negoziatore Ahmed Qureia. Sono sepolte sotto le “macerie delle case di Gaza”, chiosa un altro dei partecipanti ai colloqui, Saeb Erekat.
Persino il moderatissimo presidente dell’Autorità Nazionale, Mahmoud Abbas, alza di molto i toni, dopo che – giovedì – non aveva escluso un nuovo ricorso alla “resistenza” da parte palestinese. E’ “terrorismo di stato”, avrebbe detto al re giordano Abdallah II. Anzi, “è più che un olocausto”, denuncia, riprendendo la gaffe in cui il viceministro della difesa israeliano, Matan Vilnai, era inciampato venerdì, minacciando i palestinesi di una “shoah” ancora più grande. Abu Mazen chiede una riunione urgente del consiglio di sicurezza dell’Onu per fermare il massacro.
Ed è stato proprio “olocausto” il termine più usato della giornata. Soprattutto da Khaled Meshaal, il leader dell’ufficio politico di Hamas, che dall’esilio siriano ha accusato Israele di compiere da sessant’anni un olocausto verso i palestinesi. Usando come alibi la stessa shoah di cui il popolo ebraico fu vittima per mano dei nazisti. Quello che accade oggi a Gaza, ha detto, è solo “un nuovo olocausto”. E la comunità internazionale, ha denunciato, rimane in silenzio.
Non rimane in silenzio l’opinione pubblica araba. Scesa in piazza in Libano, Giordania e Siria, mentre nei caffè e nelle case gli schermi sono accesi su Al Jazeera e sulle telecamere accese sugli ospedali, i bombardamenti, le vittime. La foto del bambino di cinque mesi ucciso quando è iniziata l’offensiva, mercoledì scorso, è diventato un simbolo. E la rabbia cresce.

Leggi la cronaca anche sui giornali locali del gruppo Espresso-Repubblica



Powered by Amisnet.org