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LA ECO-SCUOLA DEGLI JAHALIN 31/08/09

IL VICEMINISTRO D'ISRAELE: UNA SHOAH SUI PALESTINESI 1/3/08

La gaffe del laburista Matan Vilnai, che poi si corregge. Hamas: stiamo combattendo i "nuovi nazisti"

Paola Caridi

Sabato 1 Marzo 2008
Non è bastato, ai portavoce israeliani, smentire la gaffe di ieri mattina del vice ministro della difesa, il laburista Matan Vilnai. Che aveva minacciato un olocausto per i palestinesi di Gaza. “Se i lanci Qassam si intensificano e i razzi raggiungono distanze maggiori, i palestinesi si attireranno un olocausto ancor più grande, perché useremo tutto ciò che è necessario alla nostra difesa”, aveva detto ieri mattina alla radio dell’esercito. Sdoganando il termine shoah per eventi slegati dall’olocausto di cui il popolo ebraico fu vittima per mano dei nazisti. Non è bastato, però, all’ufficio di Vilnai spiegare che shoah in ebraico significa “catastrofe”, per spegnere sul nascere la reazione a catena mediatica. Per gli israeliani, per gli ebrei, per il mondo, shoah significa Shoah. E per l’opinione pubblica araba, la frase di Vilnai è stata considerata come la conferma di quello che molti, da Casablanca a Doha, pensano: che i palestinesi siano oggetto di un graduale genocidio.
Uno dei dirigenti di Hamas, Sami Abu Zuhri, ha sfruttato subito la gaffe. “Stiamo fronteggiando i nuovi nazisti che vogliono uccidere il popolo palestinese”, ha detto, alzando il tiro – stavolta verbale – di uno scontro che tra mercoledì e giovedì ha raggiunto un apice che ha fatto temere un’escalation simile a quella successiva al rapimento del caporale Gilad Shalit. Giugno 2006.
Se la battaglia, ieri, è stata in gran parte solo verbale, questo non significa che l’ipotesi di uno scontro armato totale, tra Israele e Hamas a Gaza, sia scongiurato. Forse, solo rinviato, come fa intendere la decisione di Ehud Olmert di non interrompere il viaggio in Giappone e di mettere in agenda solo per mercoledì prossimo la riunione del gabinetto di sicurezza. L’organismo ristretto che dovrebbe decidere se, come, quando far partire una massiccia operazione di terra nella Striscia. Una riedizione, dicono alcuni analisti, della sanguinosa operazione Defensive Shield che nel 2002 fu lanciata soprattutto contro Nablus e Jenin.
I vertici militari non sono entusiasti all’idea di rischiare un’operazione nel pantano di Gaza. Nonostante il ministro della difesa Ehud Barak alzi i toni per dire che l’esercito è pronto. Meglio, secondo alcuni, continuare con gli omicidi mirati. Anche se il prezzo, in termini di vittime civili, si fa sempre più alto. Come dimostra il bilancio di 48 ore di raid, con oltre trentatre morti palestinesi, compresi otto bambini, e decine di feriti.
Lo strumento militare non ha finora fermato i razzi Qassam, che anzi si sono fatti più precisi, colpendo quasi sempre, nei due giorni di fuoco, i centri abitati. Mentre ieri, quando lo scontro si è limitato (quasi) alle parole, i Qassam e i più potenti razzi Grad sono in gran parte piovuti in aperta campagna. La questione di un negoziato con Hamas per il cessate il fuoco, dunque, è tornato paradossalmente in auge, proprio mentre piovevano missili su Gaza e razzi artigianali su Sderot e Ashkelon. I sondaggi, d’altro canto, hanno mostrato che due terzi della popolazione israeliana sarebbe favorevole alla trattativa con Hamas per una tregua.

Leggi l'articolo anche sul Riformista



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