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LA STRANA MORTE DI SHEYKH MAJID E IL CLAN BARGHOUTHI 29/2/08

Muore l'imam del paese di Marwan Barghouthi. Per tortura, dice la famiglia, la stessa del leader di Fatah in prigione. E il caso dell'imam di un paesino diventa un caso simbolo, contro gli arresti politici

Paola Caridi

Venerdi' 29 Febbraio 2008
KOBAR (RAMALLAH) - “Gli israeliani se l’erano tenuto cinque anni, nelle loro prigioni. Ma me lo avevano riconsegnato sano. L’Autorità se l’è tenuto cinque giorni, e me l’hanno ridato cadavere”. Non c’è provocazione, nella voce ferma di Umm Qassam. Suo marito, Sheykh Majid, è stato sepolto appena domenica scorsa, i suoi occhi sono ancora scuri per le lacrime versate, e lei non vuole “che ci siano altri sheykh Majid”. Che ci siano altri a cui tocchi la stessa sorte. Con l’ultima bambina di sei mesi in braccio, e il nono figlio in arrivo, Umm Qassam denuncia quello che è successo a suo marito, l’imam del paesino di Kobar, nell’area di Ramallah. Cisgiordania, dunque: lontana dai fuochi di Gaza, ma tutt’altro che normalizzata.
Tortura. E’ l’accusa rivolta ai servizi di intelligence palestinesi, che se lo sono portati, mentre era in moschea, a bordo di una macchina bianca che è partita a tutta birra, sotto gli occhi del primogenito, Qassam, 14 anni, i cui occhi tradiscono un passaggio repentino dall’infanzia all’età adulta. In un battito di ciglia. Suo padre se lo sono poi tenuto cinque giorni, a Ramallah, fino a che non è morto. Per un attacco di cuore, hanno detto le fonti ufficiali. Ma sheykh Majid era sano, grande e grosso, replica la famiglia, che parla invece di torture e distribuisce i cd con il video e le foto del corpo. Molti lividi sugli arti, segni che sembrano quelli di bruciature di sigarette, due grandi macchie sulla schiena. E le ferite a entrambi i polsi. Le stesse, identiche, che ci mostra Azzam Fathi, che per 22 ore dice di essere stato lasciato appeso con le corde ai polsi, picchiato e umiliato da quattro uomini mascherati. Sempre dell’intelligence dell’Autorità Nazionale.
Da Azzam Fathi, così come da sheykh Majid, volevano sapere dell’attività di Hamas. E soprattutto se il movimento islamista avesse armi nascoste lì intorno a Kobar. Gli uomini mascherati avevano accenti che veniva dal nord della Cisgiordania. Qalqilya, forse Jenin. Un particolare, questo, confermato da altre testimonianze raccolte a Ramallah, a Hebron, a Nablus: posti dove, negli scorsi mesi, ci sono stati centinaia di arresti dichiaratamente politici. Si convocano i militanti di Hamas, oppure si vanno a prendere a casa. E chi interroga, viene da una zona diversa, per evitare di essere riconosciuto.
Dignitosa, semplice, forte, Umm Qassam sta nella stanza riservata al lutto delle donne. Attorno a lei, come nella tradizione palestinese, ci sono parenti, amiche. O anche sconosciute, come Faiqa, che viene dal paesino di Barhoum, e si è precipitata lì, a Kobar, per dare le condoglianze a una donna mai vista. “Quando ho sentito quello che è successo, non ci potevo credere. Ho provato a dormire, ma mi sono svegliata urlando. Dovevo venire qui.”.
Faiqa non è la sola. Dai pulmini del servizio pubblico scendono altre donne, assieme a loro tanti bambini, per andare a consolare Umm Qassam. Suo marito, sheykh Majid, era come il parroco da noi. Da un quarto di secolo girava per i paesini attorno, a predicare. Era giovane, aveva 44 anni, ma era molto conosciuto. L’imam di Hamas, che predicava e faceva parte di coloro che contano nel paesino di Kobar. Quattromila anime, e di queste settecento con lo stesso identico cognome. Barghouthi, lo stesso cognome di Marwan, il leader più popolare di Fatah in carcere in Israele, l’unico che potrebbe competere, nell’animo dei palestinesi, con quello di Yasser Arafat.
Anche sheykh Majid portava lo stesso cognome. Anche lui era un Barghouthi, come suo cugino Marwan, con cui spesso discuteva animatamente di politica. Uno di Hamas, l’altro di Fatah. Le loro case distano un pugno di passi. Bianca, e disabitata, quella di Marwan. Quella di sheykh Majid, più povera, piena ora di bandiere verdi di Hamas, assieme a un grande manifesto che lo mette insieme a sheykh Ahmed Yassin e al suo successore, Abdel Aziz al Rantisi, uccisi in due raid israeliani nel 2004. Dista un pugno di passi anche la moschea in cui faceva l’imam.
Il funerale di sheykh Majid è stata la prima protesta pubblica tollerata dall’Anp dal coup a Gaza, nel giugno 2007. Da allora, le manifestazioni sono proibite. Impossibile, però, vietare il funerale “politico” di sheykh Majid. Tremila persone, forse di più, di Hamas ma anche di Fatah. E gli slogan contro l’Anp e il capo dell’intelligence, Tawfik al Tirawi.
L’imbarazzo dell’Anp è palpabile. Confermato dalla decisione di Abu Mazen di istituire subito una commissione d’inchiesta indipendente. Presieduta da un altro dei Barghouthi, Mustafa, deputato, critico severo di Abu Mazen e del premier Salam Fayyad. Il cognome di sheykh Majid, e il conseguente ruolo dell’intero clan Barghouthi, d’altro canto, hanno trasformato il caso dell’imam di Kobar in un caso nazionale: “il caso” che ha trasformato le voci sulle torture, gli arresti illegali, le violazioni dei diritti umani e civili in dibattito pubblico.
Muqbal Barghouthi, il fratello di Marwan, dice che suo fratello si è molto arrabbiato, nella sua cella, quando ha saputo quello che era successo. Ed è stato lui a chiedere una commissione indipendente che vada fino in fondo. Nonostante siano formalmente su fronti diversi, dentro Fatah o Hamas, i Barghouthi sono i Barghouthi. E il paese di Kobar ha sempre vissuto serenamente le differenze politiche. Lo si è visto con il caso di sheykh Majid. A controllare che tutto fosse come prima, che non ci fossero tensioni, ci hanno pensato Muqbal, di Fatah, e assieme a lui Mohammed Barghouthi, indipendente, ma ex ministro nel governo monocolore di Hamas, e poi in quello successivo di unità nazionale. I clan, le famiglie, in Cisgiordania, hanno ancora un peso importante. E possono anche dar fastidio all’Autorità Nazionale di Ramallah. In cantiere, per esempio, c’è l’idea di rivolgersi alla magistratura. Tutto il clan Barghouthi. Quindicimila uomini, in totale, tra la Cisgiordania e la diaspora, che potrebbe citare in giudizio l’intelligence. “Non vogliamo la vendetta. Vogliamo giustizia, attraverso il tribunale”, dice Mohammed Barghouthi, un carriera da preside di scuola, deciso a trasformare la morte di sheykh Majid in un caso simbolo per fermare tutti gli arresti politici.
Perché la tensione cova, e cova molto, sotto la cenere. I commenti che si sentono in questi giorni nei confronti dell’Autorità sono molto pesanti. Sia verso le forze di polizia, sia verso il governo Fayyad che non è riuscito ancora a ottenere niente dagli israeliani. Né la rimozione dei checkpoint, né lo stop alla crescita delle colonie. Il tam tam della strada dice che qualcosa entro la fine dell’anno succederà. Ma nessuno pensa che questa “cosa” sia la firma di un accordo di pace. Qualcosa succederà. Terza intifada? Conflitto fratricida tra i palestinesi? Chissà. La “strada palestinese” non lo dice. Ancora.

Leggi il reportage in prima pagina sul Riformista



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