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Fratello del defunto presidente della Jugoslavia ed ex ambasciatore a Mosca dal 1998 al 2001, Borislav Milosevic oggi fa il businessman in Russia. Ma segue con un occhio di riguardo le vicende serbe

Lucia Sgueglia

Domenica 24 Febbraio 2008
MOSCA – “Se ora Italia e Russia, per ipotesi, proponessero la spartizione del Kosovo, sono sicuro che a Belgrado questo sarebbe considerato con attenzione. Ma si tratterebbe di un’infrazione al diritto”. Si attiene strettamente alle norme internazionali ma guarda già al futuro Borislav Milosevic, fratello del defunto presidente di Jugoslavia morto in carcere all’Aja mentre era incriminato per crimini di guerra e contro l’umanità. Lo incontriamo a Mosca, dove dal 1998 al 2001 è stato ambasciatore jugoslavo, l’ultimo (anche durante la guerra in Kosovo), e oggi fa il businessman. Nel paese che ha appena concesso lo status di rifugiati a sua cognata e suo nipote.

Quali i sentimenti dopo la dichiarazione di Pristina del 17 e i disordini di questi giorni in Serbia?
Tutto questo fa molto male a ogni serbo. Senso di umiliazione, di profonda ingiustizia, di sprezzo del diritto internazionale, impotenza dell’Onu. L’idea che passa è questa: se voi avete le risorse, la forza per difendere i vostri diritti nei rapporti internazionali, allora potete mantenerli. Se invece queste risorse vi mancano, allora anche il diritto non c’è. Ma io ritengo che gli Usa e la Ue compiano un profondo, si può dire criminoso errore, che a lungo avrà conseguenze negative per la vita internazionale.

Pensate che il destino di Mitrovica nord sia con Belgrado? Ora anche la Republika Srpska di Bosnia ed Erzegovina minaccia la secessione…
Io non ho il diritto di dividere il Kosovo. Questa regione è interamente serba. I serbi sono il popolo costitutivo dello Stato, gli albanesi, costituiscono una minoranza nazionale, malgrado la loro quantità. Hanno un loro stato nazionale – l’Albania – ma parti di questo popolo, in qualità di minoranza nazionale, vivono nei paesi vicini. Se si concede alle minoranze nazionali, etniche, il diritto all’autodeterminazione, allora nel mondo ci sarà un oceano di sangue. Sono i popoli che possono avere il diritto all’autodeterminazione. Ma se, supponiamo, l’Italia e la Russia proponessero a questo punto la spartizione del Kosovo, sono sicuro che a Belgrado questo sarebbe considerato con attenzione. La Republika Srpska, certo, ha pieno diritto di separarsi dalla Bosnia ed Erzegovina, ma indipendentemente da ciò che succede in Kosovo. Perché si tratta di un popolo costitutivo dello Stato, secondo la costituzione di quel paese. Nessuno può negar il loro diritto all’autodeterminazione.

A suo avviso nella situazione attuale è possible il ricorso alle armi?
Penso di no. Il governo serbo ha dichiarato di voler impiegare solo mezzi pacifici, non la forza militare, nella sua opposizione ai separatisti albanesi. Personalmente penso, che non si debba e non sia opportuno rinunciare a priori a ogni mezzo legittimo per difendere il proprio popolo. Tanto più che i kosovaro-albanesi non si sono mai assunti questo impegno. Al contrario, hanno minacciato che se non avessero ottenuto l’indipendenza, non avrebbero potuto tenere a freno la “furia” dei propri e che poteva esserci un conflitto. Questo, peraltro, figura anche tra le “argomentazioni” dei paesi occidentali.

Se continuerà a non riconoscere il Kosovo e interromperà, come sta parzialmente facendo, i rapporti diplomatici con i paesi che hanno riconosciuto l’indipendenza, che futuro avrà la Serbia?
Lei pensa che dovrebbe rassegnarsi al riconoscimento degli stati occidentali? In questo caso credo che non avrebbe alcun futuro. Penso che I serbi non si rassegneranno mai alla separazione dalla terra materna kosovara. Per quanto riguarda il futuro, credo che l’ingresso nella Ue e nella Nato non costituisca per la Serbia “l’unica opzione” e che sia “senza alternative” come affermano molti nostri politici. Credo sia possible tenere una stretta collaborazione con l’Europa e l’America e, parallelamente, avere una partnership strategica, per esempio, con la Russia, in particolare nella sfera economica. Così come con Cina, India e altri paesi. Per me non occorre che la Serbia faccia parte della Nato, dopo la bella lezione storica che ci ha offerto l’Alleanza. Credo che l’attuale formula della Partnership for Peace sia sufficiente. Questo lo pensano in molti da noi, non solo io.

Oggi Belgrado è alleata di Mosca. Un’amicizia senza problemi?
I popoli e le persone fanno amicizia, gli stati non provano emozioni. Hanno solo interessi. Oggi i nostri rapporti con la Russia sono eccellenti, praticamente in tutti gli ambiti e ritengo, che la nostra cooperazione fruttuosa e reciprocamente vantaggiosa continuerà a rafforzarsi e crescere. Poi ci sono le tradizione e la affinità spirituale di due paesi multinazionali. La politica della Russia verso il Kosovo segue fedelmente il diritto e gli accordi internazionali. I serbi hanno molto rispetto e gratitudine verso questo politica e verso Putin.

La Serbia manterrà il suo orientamento verso l’Europa?
Senza dubbio. Ha sempre fatto parte dell’Europa, noi siamo europei. Ma la Serbia deve entrare nell’Unione non deprivata (derubata), bensì integra nei suoi confini riconosciuti internazionalmente. Deve entrarvi con gli stessi diritti degli altri paesi della regione, senza ricatti. Non solo quello del Kosovo, ma quello del Tribunale ad hoc dell’Aja.

Allo stato delle cose, erano possibili altre soluzioni al problema dello status?
Si. Continuare le trattative e cercare una soluzione politica di compromesso. Ma lo hanno impedito le grandi potenze. Veri negoziati non ci sono stati tra Belgrado e Pristina. Gli albanesi ai colloqui di Vienna e a Bruxelles de facto hanno solo testato fino a che punto la parte serba era pronta a far concessioni. E ne faceva. Ma gli albanesi del Kosovo sedevano con le mani in mano, perché gli Usa e le potenze europee gli avevano già promesso l’indipendenza e non avevano bisogno di muovere un dito, ma solo aspettare la fine dello spettacolo e ottenere l’indipendenza dai loro padroni. Cosa che è successa.

Vostro fratello non commise qualche errore sul Kosovo?
No certo, non c’è nessun uomo di stato che non abbia mai commesso un errore. Slobodan ha difeso il territorio del suo paese dai separatisti e il suo popolo dai terroristi. Doveva farlo. Era il suo dovere costituzionale. Non c’è stato nessun genocidio contro gli albanesi. È una falsificazione, una bugia. Cercava una soluzione politica. Conduceva negoziati con Rugova e gli altri partiti albanesi-kosovari. Ma l’Occidente non gliel’ha permesso, sostenendo l’Uck terrorista. La Nato ha scatenato un’aggressione contro la Jugoslavia nel 1999. Oggi è chiaro a tutto il mondo, non è stata un’operazione umanitaria, ma di conquista. Perché la Nato avanzasse verso Est e Sud Est, verso le risorse. Così usano il terrorismo per raggiungere obiettivi geopolitici. E la Nato ha creato un ‘falso stato’ in cui regna la criminalità organizzata. In un’intervista recente ho fatto un commento ironico riguardo all’autodichiarazione di indipendenza del Kosovo: l’unico vantaggio per l’Europa sarà un miglior approvvigionamento di eroina.


L'intervista è uscita oggi, in forma ridotta, anche su Il Messaggero



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