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PALESTINA ALLA KOSOVARA 21/2/08

Yasser Abed Rabbo lancia un ballon d'essai in casa palestinese, con pochi risultati

Paola Caridi

Giovedi' 21 Febbraio 2008
Il ballon d’essai di Yasser Abed Rabbo, uno dei consigliere di Mahmoud Abbas, è durato lo spazio di un mattino. Il tempo, per Abu Mazen ma anche per personaggi dell’establishment di Ramallah come Saeb Erekat e l’ex premier Ahmed Qureia, per annacquare quanto più possibile la minaccia – lanciata da Abed Rabbo con una dichiarazione alla Reuters – che la Palestina avrebbe potuto seguire entro breve le orme del Kosovo.
A noi spetta l’indipendenza ben prima del Kosovo, ha detto Abed Rabbo. E dunque, potremmo dichiarare l’indipendenza unilateralmente, la proclamazione dello Stato di Palestina, se i negoziati con gli israeliani andassero a rilento. Soprattutto se continuasse, come continua senza sosta, l’attività di costruzione nelle colonie israeliane in Cisgiordania. E dentro la Gerusalemme orientale, quella araba.
Yasser Abed Rabbo, conosciuto per l’accordo di Ginevra con Yossi Beilin, non è però Yasser Arafat. Il quale, quella volta sul serio, minacciò la nascita dello Stato di Palestina senza passare attraverso un accordo di pace con Israele. Correva l’anno 2000, l’intesa si impantanò a Camp David, nel summit di luglio con Ehud Barak, officiato dall’allora presidente Bill Clinton. E le idee di una dichiarazione unilaterale si spensero con la passeggiata di Ariel Sharon sulla Spianata delle Moschee e con lo scoppio della seconda intifada.
Se non c’è riuscito Arafat, insomma, quella di Abed Rabbo può essere solo una boutade. O almeno così viene interpretata dai circoli che contano nell’intellighentsjia palestinese. I giudizi che corrono sono duri, e vertono soprattutto su di un fatto: Abed Rabbo non ha agganci con la realtà, quella vera, della politica e della società cisgiordana. Un ballon d’essai, sì, ma vuoto, si dice in giro. E a confermarlo sarebbero i commenti molto freddi di Abu Mazen e quello, sarcastico, di un altro uomo molto vicino al presidente dell’ANP, Saeb Erekat, secondo il quale c’è bisogno di “fatti sul campo” e non di “dichiarazioni”.
Di dichiarazioni d’indipendenza, a dire il vero, la Palestina ne ha avute sin troppe. Una, non colta allora dai palestinesi e dagli arabi, fu quella della partizione del territorio sancita dalle Nazioni Unite nel 1947, che parlava di Israele e di uno stato palestinese. E poi quella, la più famosa, del 15 novembre 1988. La dichiarazione d’indipendenza del Consiglio Nazionale Palestinese ad Algeri, che proclamava “l’istituzione dello Stato di Palestina sul nostro territorio palestinese con la sua capitale Gerusalemme”. E’ quella la proclamazione d’indipendenza, stavolta sì unilaterale, che ancora si festeggia tra Cisgiordania e Gaza, ogni 15 novembre, scuole chiuse e uffici pubblici serrati.
Ma era l’indipendenza proclamata dall’esilio, precisa Mahdi Abdel Hadi, il direttore del più importante think tank palestinese, il PASSIA. “L’occasione non è stata invece colta subito dopo Annapolis, quando i palestinesi avrebbero potuto premere di più per il riconoscimento dei due Stati israeliano e palestinese, in sede di Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Come gli Stati Uniti inizialmente erano disposti a fare”. Ora è troppo tardi. Ancora una volta, troppo tardi.

Leggi l'articolo anche sul Riformista



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