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Intervista col regista di Belgrado autore della Polveriera (1998), che dopo l'uscita e le critiche nel paese sul film (anche dalla consorte di Slobo) lasciò la Serbia Roma e Parigi. E oggi (mentre una retrospettiva al Moma di NY lo celebra) vi fa ritorno, con amarezza.

Lucia Sgueglia

Sabato 23 Febbraio 2008
“Per noi serbi è certamente un momento duro, non solo per i nazionalisti: ci sentiamo feriti, umiliati. Credo non ci sia un solo serbo al mondo che può accettare facilmente che il Kosovo sia andato per sempre, perché è la nostra culla. Anche se era perso già dal ’99, con gli accordi di Kumanovo firmati da Milosevic”. C’è amarezza nella voce di Goran Paskaljevic, il regista serbo de La Polveriera (1998) raggiunto al telefono a Belgrado dopo gli incidenti seguiti al corteo anti-indipendenza di giovedi: nella città che, dopo gli attacchi della stampa locale contro il film, lasciò per Roma, poi Parigi. Tornandovi però regolarmente per manifestare contro Milosevic.

Come le appare la Serbia in questi giorni?
Tre settimane fa sono tornato per le elezioni presidenziali [da NY dove al Moma è in corso una retrospettiva a lui dedicata, ndr]: per me era molto importante votare per Boris Tadic (l’attuale presidente) e ciò che rappresenta. Spero che continueremo il nostro percorso verso l’Europa, perché all’Europa apparteniamo. Ma in questo momento, è ovvio, le forze nazionaliste e antieuropee sono in rialzo da noi.
Non ha partecipato al corteo contro l’indipendenza…
Perché sono in disaccordo totale col governo di Kustunica – è colpa loro se il Kosovo ha subito questa sorte. E’ stato un errore globale: si doveva fare azione di diplomazia molto prima per evitare di arrivare a questo, specie da parte della Ue. E anche ora bisognerebbe seguire la stessa strada, continuare a far pressione all’Onu per una regolarizzazione.
Quali sono i vostri sentimenti in questi giorni? Com’è l’atmosfera nella capitale?
Il rischio di una escalation negli episodi di violenza esiste. Io naturalmente mi auguro che non accada nulla. Ma nei Balcani, come sapete, non si sa mai… comunque credo che la partecipazione della gente alla protesta, quella pacifica, sia reale, sentita, al di là delle manipolazioni politiche.
I Balcani sono ancora una Polveriera?
Credo che il riconoscimento sia stata una obiettiva violazione del diritto internazionale, è non è certo una cosa buona né un buon esempio per i popoli della zona. Quello che mi irrita però è che tutti i politici usano il Kosovo per i propri scopi personali. Ora perciò è importante incoraggiare le forze democratiche, altrimenti la situazione peggiorerà.
Il futuro?
La Serbia oggi è un paese ferito moralmente, emotivamente, intellettualmente. Più che altro per la rapidità di come è avvenuta la cosa: non ce lo aspettavamo, e l’Europa ci ha deluso in questo senso, per la valanga di riconoscimenti arrivati nel giro di pochi giorni. Ma credo che il paese abbia la forza per risollevarsi. Ci vorrà un po’.
L’Europa resta un orizzonte?
Per me, educato a metà tra Russia e Francia, anche la Russia è Europa. Spero che presto la gente si riprenderà e affronterà i problemi economici urgenti. Certo, se almeno la firma dell’Accordo di Associazione con Bruxelles fosse arrivata prima dell’indipendenza, sarebbe stato meglio e forse si sarebbero evitate le violenze. Gli olandesi, in particolare, lo hanno bloccato: per il loro "complesso di Srebrenica".
Col prossimo film tornerà a raccontare la Serbia?
Si chiamerà Honeymoon, è in lavorazione: volevo realizzare un coproduzione con Tirana, serbo-albanese, questo era il progetto. Ma ora bisognerà aspettare: le emozioni sono troppo negative.

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