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Dopo i violenti scontri di giovedì sera nella capitale serba, ieri la comunità internazionale ha criticato e lanciato moniti al governo di Belgrado. Affinché le violenze non si ripetano

Irene Panozzo

Sabato 23 Febbraio 2008

È tornata la calma ieri per le vie di Belgrado. Dopo gli attacchi alle ambasciate straniere di giovedì sera, con il pesante bilancio di un morto, 150 feriti e molti danni alle sedi delle rappresentanze diplomatiche, ieri è stata la volta delle critiche e dei moniti alla Serbia da parte della comunità internazionale. A iniziare dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che su richiesta degli Usa nella notte tra giovedì e venerdì ha votato all’unanimità una dichiarazione presidenziale di condanna degli “attacchi criminali” all’ambasciata americana di Belgrado.
Condanne per quanto successo giovedì sera a margine dell’imponente e pacifica manifestazione belgradese sono arrivate anche da molti governi. Innanzitutto quello statunitense, che ha formalmente protestato per l’attacco e i danni alla sua ambasciata. Il numero tre del dipartimento di Stato, Nick Burns, ha telefonato al premier e al ministro degli esteri serbi, Vojislav Kostunica e Vuk Jeremic, dicendo che in caso di nuovi incidenti il governo di Belgrado sarà considerato direttamente responsabile.
Richieste di protezione per le sedi diplomatiche straniere, unite a condanne per quanto accaduto, sono state avanzate anche dall’Alto rappresentante per la politica estera e di difesa della Ue, Javier Solana, che ha detto che ulteriori violenze metterebbero a rischio i negoziati sull’accordo di associazione e stabilizzazione (Asa) tra Serbia e Unione Europea. Di avviso simile la Commissione Europea, che per bocca del commissario all’allargamento, Olli Rehn, ha ricordato che il popolo serbo ha “il diritto democratico a dar voce alla propria opinione sugli sviluppi in Kosovo”, ma che il ricorso alla violenza è “inaccettabile”. La Slovenia, presidente di turno della Ue, ha invece chiesto in una nota che il governo serbo condanni in modo “chiaro e inequivocabile” gli scontri di Belgrado.
Neanche le autorità serbe sono rimaste in silenzio. A poche ore dagli scontri Jeremic si era affrettato a scusarsi per quanto accaduto definendo “inaccettabili” le violenze degli “estremisti”. Ieri è stata la volta del premier Kostunica che ha condannato i disordini che “rallegrano tutti coloro che sono a favore del falso stato del Kosovo”. Per questo, ha concluso Kostunica, “nell’interesse della Serbia non si deve ripetere mai più nemmeno il minimo incidente”.
Nonostante le parole dei politici di Belgrado, però, la tensione è rimasta alta anche ieri. Mentre la polizia kosovara e il contingente militare Nato hanno deciso di non permettere l’attraversamento del confine tra Serbia e Kosovo se non ai residenti kosovari e a chi “non mostra intenzioni ostili”, in serata gli studenti che per il quinto giorno consecutivo manifestavano nella parte serba di Mitrovica hanno lanciato sassi verso il ponte sul fiume Ibar. Più accesi i toni a Zagabria, capitale della Croazia, dove alle dure proteste del governo si sono aggiunte quelle, violente, di alcune decine di hooligans.
E la conferma che il rischio destabilizzazione per l’intera area esiste è arrivata anche dalla risoluzione del parlamento della Republika Srpska (Rs), l’entità serba di Bosnia Erzegovina, secondo cui anche la Rs avrà diritto a reclamare l’indipendenza se l’Onu e la maggioranza dei paesi della Ue riconosceranno il Kosovo. L’ipotesi di un referendum per la secessione della Rs è però stata liquidata come “illegale” sia dalla Commissione Europea che dal dipartimento di stato americano. Che per bocca di Nick Burns ha detto che in Kosovo “è stata fatta giustizia”, ma che la dichiarazione di indipendenza dell’ex provincia serba “non crea alcun precedente”.

L'articolo è apparso oggi sui quotidiani locali del Gruppo L'Espresso



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