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Giornata di manifestazioni e scontri ieri in Serbia, dove la questione dell’indipendenza unilaterale del Kosovo ha continuato a scaldare gli animi e ad alzare i toni nei discorsi ufficiali

Irene Panozzo

Venerdi' 22 Febbraio 2008

Giornata di manifestazioni e scontri ieri in Serbia, dove la questione dell’indipendenza unilaterale del Kosovo ha continuato a scaldare gli animi e ad alzare i toni nei discorsi ufficiali. All’urlo dello slogan “Kosovo è Serbia” centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza nella capitale Belgrado, lungo la “linea del fronte” al confine tra la Serbia e il Kosovo e nella Republika Srpska, l’entità serba della Bosnia Erzegovina.
Particolarmente imponente la manifestazione di Belgrado, promossa e presieduta dalle massime autorità serbe. A iniziare dal premier Vojislav Kostunica, che dal palco allestito di fronte alla storica sede dell’ex parlamento federale jugoslavo ha scandito con una certa enfasi che “il Kosovo appartiene alla Serbia. È sempre stato così e così sarà. Nessuna forza, nessuna minaccia o promessa potrà cambiare le cose”. Sempre Kostunica ha poi avvisato che “con i serbi si può agire da amici, mai con la forza”, ricordando che “nessun governante avrà mai dal popolo serbo il mandato di accettare alcun mercato umiliante”. Il premier serbo, infine, ha tenuto a sottolineare e ringraziare per il sostegno della Russia di Putin, che Belgrado “non dimenticherà mai”.
Toni molto accesi anche da Tomislav Nikolic, leader dell’opposizione ultranazionalista del Partito radicale serbo, che dal palco ha aggiunto che non avrà “riposo fino a quando il Kosovo non tornerà sotto il controllo servo”. La manifestazione di Belgrado, che secondo le cifre ufficiali ha portato in piazza circa 500mila persone ed è stata seguita da una solenne liturgia nella basilica ortodossa di San Saba, ha visto tra gli oratori anche il regista Emir Kusturica e l’ex campione di basket, ora dirigente della Lottomatica Roma, Dejan Bodiroga. Il neo-rieletto presidente della repubblica Boris Tadic, che ha dato il suo patrocinio alla manifestazione ma non vi ha partecipato perché in partenza per una visita di stato in Romania, aveva chiesto alla popolazione di limitarsi “solo a proteste pacifiche in difesa del nostro Kosovo”.
Così però non è stato. A Belgrado ai comizi, che si erano svolti pacificamente, sono seguiti degli scontri. A provocarli, secondo le immagini messe in onda in serata dalla tv serba, un manipolo di circa 300 persone che, mentre la grande massa dei manifestanti defluiva, hanno attaccato alcune ambasciate di paesi favorevoli all’indipendenza del Kosovo. Le sedi della rappresentanze diplomatiche di Turchia, Belgio, Croazia, Bosnia e Canada hanno subito danni alle finestre e alle bandiere. Sorte simile anche per l’ambasciata statunitense, dove alcuni facinorosi sono riusciti a fare irruzione, arrivando anche a issare brevemente la bandiera russa al posto di quella Usa.
In serata da Bucarest è arrivato l’appello del presidente Tadic alla calma e alla “cessazione immediata delle violenze e degli attacchi alle ambasciate straniere”. Che erano state prese di mira nel pomeriggio anche a Banja Luka, capoluogo della Republika Srpska, dove circa 3000 studenti hanno protestato di fronte ai consolati di Usa, Francia e Germania. Finendo per scontrarsi con le unità di polizia serbo-bosniache, intervenute con i lacrimogeni.
Anche lungo la nuova linea di confine tra Serbia e Kosovo in giornata c’erano stati degli incidenti. Iniziati con una sassaiola scatenata da circa 300 ex riservisti delle forze armate serbe contro le nuovo postazioni di confine pattugliata dalla polizia kosovara e dai soldati cechi di Kfor, il contingente Nato per il Kosovo. “È da qui”, ha proclamato Dejan Milosevic, uno dei leader del raid, “che dobbiamo difendere il Kosovo, non da Belgrado”.
A fronte dell’opposizione della Russia e di alcuni altri paesi come la Romania, è aumentato ieri il numero degli stati che hanno annunciato di essere pronti a riconoscere l’indipendenza del Kosovo. Tra questi Estonia, Lettonia, Polonia, Danimarca, Lussemburgo e Slovenia, ex repubblica jugoslava e presidente di turno dell’Unione Europea.

L'articolo è uscito sui quotidiani locali del Gruppo L'Espresso



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