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All'indomani della grande manifestazione a Belgrado contro l'indipendenza unilaterale del Kosovo, sfociata in disordini, parla Stasa Zajovic, leader della storica organizzazione Donne in Nero (Zena u crnom), che dal 1991 organizzando centinaia di proteste non violente in tutta la ex Yugoslavia lotta contro guerra, nazionalismo, odio razziale. In guerra, sotto Milosevic e dopo.

Lucia Sgueglia

Venerdi' 22 Febbraio 2008
“La manifestazione? Solo un modo per distogliere l’attenzione dai veri problemi del paese”. È critica, sul grande corteo sfilato ieri per le strade di Belgrado contro la dichiarazione unilaterale di indipendenza di Pristina, Stasha Zajovic: leader delle Donne in Nero (Zena u crnom) di Serbia, la storica organizzazione che dal 1991 ha organizzato centinaia di proteste non violente in tutta la ex Yugoslavia contro guerra, nazionalismo, odio razziale. Opponendosi a Milosevic.

"Il Kosovo è Serbia" era lo slogan di ieri… voi non avete partecipato.

Come attivisti che si battono per i diritti umani e la pace, pensiamo che un popolo che ha manifestato la propria volontà politica debba essere rispettato dallo Stato. La situazione attuale, del resto, è la conseguenza della politica di Milosevic nei ’90: ancora si cerca di tenere viva la fiamma nazionalista, e far di tutto per spiegare conflitti e problemi dando la colpa a ‘nemici interni’.

Ieri però a manifestare non c’erano solo politici ma veterani, giovani, anche dalla provincia…

La gente è molto frustrata socialmente ed economicamente, il paese è in stallo da anni, c’è una terribile apatia e il governo indirizza così il malcontento. Ma la società civile che si oppone a questo mood esiste, specie a Belgrado. Ad esempio, noi con altri abbiamo creato una Coalizione contro l’Impunità, perché i crimini commessi durante il conflitto non restino senza sanzione: è essenziale per far crescere il paese. Ma ora prevalgono altri sentimenti…

I media come affrontano la crisi di questi giorni? E il mondo politico è compatto?

Più o meno tutti allineati con la posizione del governo, ma molti in modo pacato. Sulla protesta, l’atteggiamento del partito democratico (DS) del presidente Tadic è prudente: non ha partecipato, ufficialmente perché è in Romania, come pure i Liberali (pro-Ue), il partito di ‘economisti’ G17, le minoranze etniche (ungheresi, albanesi). Noi crediamo che il presidente dovrebbe assumere un atteggiamento più deciso e calmare la situazione. La mobilitazione di oggi purtroppo ci ricorda nello stile e nei modi quelle di 20 anni fa che precedettero la guerra…

Come vedete il nuovo asse con Mosca?

Il legame è antico, soprattutto nella cultura. Qui da noi da sempre, chi è per la ‘modernizzazione’ è contro la Russia, chi carezza il mito dell’unità e della “patria slava” guarda a Mosca. In generale, non c’è nulla di male: la gente ha bisogno di amici, e in questi giorni noi ne abbiamo davvero pochi. Ma si tende un po’ troppo a identificare la Russia con Putin, nel bene e nel male. Come si faceva con la Serbia di Slobo.

Cosa doveva fare la comunità internazionale per evitare lo strappo?

Cercare fin dall’inizio di supportare di più la ‘parte sana’ della società, i cittadini meno radicali, anche al di fuori del potere. Anche in Kosovo. Forse così si poteva arrivare a un accordo. Purtroppo ha vinto l’ideale dell’identità etnica e religiosa che si contrappone ad altre, una forzatura che non corrisponde alla nostra realtà, geografica e storica.

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