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SI DEL PARLAMENTO ALLE MISSIONI MILITARI 22/2/08

Hanno votato a favore tutti i gruppi parlamentare, tranne quelli di Rifondazione e del Pdci, che hanno votato contro, e quelli dei Verdi e di Sinistra democratica, che non hanno partecipato al voto

Enzo Mangini

Venerdi' 22 Febbraio 2008


Senza sorprese, ma anche con una buona notizia, la Camera ha approvato il decreto del governo che rifinanzia le missioni militari italiane all’estero. Hanno votato a favore tutti i gruppi parlamentare, tranne quelli di Rifondazione e del Pdci, che hanno votato contro, e quelli dei Verdi e di Sinistra democratica, che non hanno partecipato al voto. Il testo adesso passa al senato, che dovrebbe concludere l’esame entro il 26 febbraio, prima del blocco dei lavori per la campagna elettorale.
Le missioni militari finanziate riguardano il Libano, la Somalia, il Sudan e l’Afghanistan, ma c’è anche un capitolo di spesa che riguarda il fondo di ricostruzione dell’Iraq. Per ciascuna delle aree di intervento, poi, ci sono diversi programmi. Per il Libano, ad esempio, è stata finanziata tanto la parte civile della missione italiana, quanto la prosecuzione della partecipazione al contingente militare internazionale della missione Onu Unifil e la partecipazione della marina militare alla missione EuroMarFor, che fornisce l’appoggio navale all’Unifil. In Afghanistan le missioni finanziate sono due, Isaf–cioè il braccio militare coordinato dalla Nato–ed Eupol, che riguarda la formazione della polizia afgana. Per il Sudan, invece, il finanziamento va alla missione mista Unione africana-Nazioni unite [Unamid], ma c’è anche un capitolo di spesa relativo alla partecipazione di personale militare italiano alla missione dell’Ue in Ciad [fino al 30 settembre 2008]. Nello stesso decreto hanno ricevuto fondi i programmi di addestramento della polizia della Repubblica democratica del Congo; la missione Onu di monitoraggio sulla Linea verde a Cipro; il programma di assistenza internazionale alla polizia palestinese; l’assistenza per lo sminamento all’esercito egiziano.
E c’è poi il grande capitolo dei Balcani. Il decreto rinnova tutte le missioni militari italiane oltre l’Adriatico: in Bosnia Erzegovina, in Albania–con vari programmi–e in Kosovo. Nella provincia secessionista, i programmi sono: «Multinational specialized unit [Msu], missione Nato svolta in Kosovo dai carabinieri con compiti di mantenimento dell’ordine pubblico e della sicurezza pubblica, a supporto delle autorità locali, e per il reinserimento dei rifugiati; Criminal intelligence unit [Ciu] in Kosovo [Nato], unità di informazione investigativa contro la criminalità, che opera nell’ambito della United Nations Mission in Kosovo [Unmik]; European union planning team [Eupt], missione dell’Unione europea in Kosovo, […] a cui partecipa personale dell’Arma dei carabinieri, con il compito–in relazione al processo di determinazione del futuro status del Kosovo–di avviare la pianificazione per assicurare una fluida transizione di compiti dall’Unmik, forza internazionale attualmente delegata all’amministrazione civile del Kosovo, all’operazione dell’Unione europea, che avverrà a seguito di una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, conseguente al raggiungimento dell’accordo sullo status».
L’accordo sullo status, però, non c’è. Ma la presenza di 2600 soldati e 200 agenti di polizia italiana è servita al ministro Massimo D’Alema per giustificare la necessità di riconoscere l’autoproclamata repubblica kosovaro-albanese.
In un minestrone tanto ricco, impossibile discutere di ciascuna missione e delle sue implicazioni. Il voto, quindi, è stato compatto secondo le scelte di ogni partito. L’unica buona notizia di tutta la partita è che nel malloppo di finanziamenti afghani c’è anche un capitolo di spesa per la conferenza internazionale di pace, da organizzare in Afghanistan o in un paese confinante, che la diplomazia italiana, dopo un’iniziale entusiasmo, ha abbandonato a causa delle pressioni degli alleati «pesanti» della Nato. C’è di più. Oltre al decreto di finanziamento, la camera ha approvato anche un ordine del giorno che recepisce le proposte della rete di Afgana che sono state di recente anche «adottate» dalla conferenza della società civile afghana che si è svolta a gennaio a Kabul. Il governo italiano, quale che sia dopo le elezioni di metà aprile, è stato dunque impegnato dal parlamento, tra le altre cose, «ad adottare ogni iniziativa utile volta a rafforzare il ruolo e il coinvolgimento della Nazioni Unite nella gestione della cooperazione, ricostruzione e possibile riconciliazione nazionale in Afghanistan, in particolare nella definizione di un quadro chiaro di principi internazionali che – rimarcando l’inaccettabilità della logica dei danni collaterali–possano presiedere unitariamente alla gestione della crisi nell’area e ad un futuro unico mandato internazionale, che abbia come obiettivo primario quello della protezione dei civili, anche attraverso la soddisfazione dei diritti primari delle popolazioni locali, quali l’educazione, la salute, l’accesso all’acqua e al cibo, al fine di conseguire una durevole stabilizzazione del paese e dell’area».

Pubblicato anche su www.carta.org



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