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Musharraf non se ne vuole andare. E i vincitori fanno i conti con i numeri e le alleanze che consegnano il paese al Ppp e alla Pml-N di Nawaz Sharif. Gli avversari si studiano

A sinistra il presidente quando ancora portava la divisa

Emanuele Giordana

Giovedi' 21 Febbraio 2008

Con i voti di 258 delle 272 circoscrizioni già conteggiati, le elezioni pachistane hanno ormai messo un punto fermo: il Ppp della dinastia Bhutto è il primo partito del Pakistan e il Pml-N di Nawaz Sharif il secondo. Segue il Pml-Q vicino a Musharraf con soli 39 seggi. Ma un punto fermo lo mette anche il presidente Pervez Musharraf che ha costellato queste giornate di toni morbidi e mielosi ammettendo la sconfitta ancora prima di vedersela provata dai numeri e che ieri ha detto che comunque non intende dimettersi. Un terzo punto fermo dice anche che Ppp e Pml-N assieme, i due possibili alleati di una futura coalizione di governo, non raggiungono i due terzi dei seggi necessari all'Assemblea per un procedimento di impeachment. Certo il quadro politico, benché molto frammentato, può dare adito a diverse forme di collaborazione politica. Ma un quadro frammentato è anche la carta che lo stesso Musharraf può giocare in una partita ancora tutta da decidere e in cui ha fatto chiaramente capire che intende essere uno dei protagonisti.
Intanto i numeri. Il conteggio attribuisce al Ppp 87 seggi (e il risultato finale con cambierà di molto), al Pml-N ne vanno 66; al Pml-Q 39. Buona la performance del partito secolare pashtun Awami (10), elemento di punta nella Provincia della frontiera del NordOvest, e del Mqm (Muttahida Qaumi Movement, il “partito dei mohajir”, gli immigrati dall'India dopo la Partition) ex alleato di Musharraf che ha già saltato la barricata. E che porta a casa 19 scranni. Quanto all'alleanza dei partiti islamici (Mma), implosa prima del voto, si deve accontentare di 3 risicatissimi seggi (quando nella precedente Assemblea ne contava una cinquantina). Ne restano infine ancora 34, dispersi in formazioni minori alcune delle quali coalizzate nella All Parties Democratic Movement (Apdm) con Ppp e Pml-N. Questi ultimi due partiti sono rispettivamente le espressioni della provincia del Sindh (terra d'origine dei Bhutto e dove il partito ha vinto soprattutto nelle campagne) e del Punjab, la regione più ricca del paese e fino a ieri quella egemone. La stessa da cui provengono gran parte dei quadri militari, il partito che alle elezioni non si è presentato ma il cui respiro ogni pachistano sente sul collo.
Quali saranno i programmi futuri (Asif Ali Zardari, marito di Benazir e capo del Ppp ha già detto che non sarà lui il premier), tutto resta ancora da scrivere anche se alcuni elementi già emergono: uno dei leader del partito di Nawaz Sharif, Javed Hashmi, ha detto che la prima cosa da fare, ancor prima della formazione del nuovo governo, è ripristinare lo status quo ante per quel che riguarda il caso dei magistrati rimossi da Musharraf: come molti ricorderanno fu proprio il braccio di ferro col capo della corte suprema, dimesso dal presidente perché intendeva impedirgli di ottenere indebitamente un nuovo mandato, a far precipitare il consenso a Musharraf. Sarà un banco di prova interessante e molto vicino al sentire popolare. Poi c'è da segnalare il fatto che, sempre Hashmi, un veterano della politica pachistana, ha sottolineato che Ppp, Pml-N e le formazioni che hanno aderito all'All Parties Democratic Movement, sarebbero d'accordo nel riprendere in mano la Costituzione del 1973: quella per intendersi che fu approvata durante la legislatura retta da Zulfikar Ali Bhutto, il padre di Benazir, ucciso dal dittatore Zia Ul-Haq che lo aveva spodestato e impiccato. Proprio alle modifiche introdotte da Zia, che ricusavano l'impianto secolare di una Costituzione che si richiamava ai principi dello stato di diritto e faceva del musulmano Pakistan uno stato islamico, si devono forse molti dei mali di questo paese. Iniziò con lui, ad esempio, il gioco delle alleanze con gli islamisti e l'utilizzo dell'islam come stampella politica di un regime in divisa. Un trend che in un certo senso, e paradossalmente, Musharraf aveva cercato di fermare. Ma il generale presidente era andato troppo in là. Finendo per restare prigioniero della sua divisa solo da pochi mesi, e assai tardivamente, messa in naftalina.
Non di meno quella divisa è anche la sua garanzia. Se non ci saranno sgambetti da Washington e non ce ne saranno dai suoi amici militari, il “re” ha ancora qualche buona carta da giocare.

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