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GLI ISLAMISTI BLOCCANO ISLAMABAD

Occhio per occhio, stupro per stupro

Edhi, il benefattore privato con un occhio alla cosa pubblica

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PAKISTAN, STRAGE A PASQUA

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IL GRANDE GIOCO IN PAKISTAN

LA GUERRA INFINITA DI PAKISTAN E AFGHANISTAN

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DOMENICA DI SANGUE A KARACHI 10/6/14

PAKISTAN, LE INCOGNITE DELLA FRONTIERA 20/2/08

Nella provincia occidentale del Pakistan i partiti radicali islamisti escono a pezzi dalle elezioni (la maggior parte fra loro non si è neppure presentata). Ma la situazione di conflitto (in Waziristan non si è neppure votato), con origini molto lontane e alimentato dalla guerra in Afghanistan, non promette una risoluzione a breve. Un'analisi

Emanuele Giordana

Mercoledi' 20 Febbraio 2008

Il 29 gennaio scorso un “predator” americano, aereo telecomandato senza pilota, ha infilato due missili nella città di Mir Ali, in territorio pachistano, uccidendo Abu Laith al-Libi. Missione compiuta e nuova tacca sull’agenda dei ricercati di Al Qaida. Ma quella missione, riportava ieri il Washington Post, non era stata fatta d’accordo con i pachistani. O meglio, era stata condotta in porto violando lo spazio aereo di un paese sovrano, senza chiedere il permesso.
Stando al quotidiano americano sempre ben informato (la Cia ha negato il suo coinvolgimento), le fonti militari che raccontano quella storia spiegano che le missioni di questo genere sono tanto piu’ di successo quanto sono segrete. “Coperte”, si dice in gergo. Evitano insomma tanti tira e molla imbarazzanti che hanno a che vedere con l’autonomia e il diritto sovrano dei singoli paesi. Ecco un sistema che funziona, scrive il WP, e che per i militari americani potrebbe essere la nuova frontiera: acuti spioni in Afghanistan, dove le truppe Usa hanno libera circolazione, e sapienti informatori in Pakistan (magari dell’intelligence locale “amica”) e via con lo “strike”, il colpo d’ala chirurgico che centra l’obiettivo. Il malizioso giornalista del Post chiosava però con una riga che spiega molte cose, non solo della guerra al terrore in Pakistan, retrovia di quella condotta in Afghanistan (o viceversa visto che i qaedisti stanno soprattutto in territorio pachistano) ma anche di una rabbia crescente che è andata maturando verso l’alleato stellestrisce di Musharraf: “quando le operazioni americane in Pakistan condotte in autonomia hanno successo, il sostegno di Washington per queste azioni cresce. Probabilmente nella stessa misura con cui aumenta in Pakistan il risentimento (verso gli Usa).
La guerra al terrorismo ha risvegliato in Pakistan il mostro dell’estremismo radicale islamico che per la verità è sempre vissuto in uno stato di dormiveglia, cullato dalle braccia amorevoli dei servizi segreti locali o dai vari premier, da Nawaz Sharif a Benazir Bhutto, che nell’ultima stagione sono diventati i paladini dell’opposizione liberale a Musharraf, a essere onesti l’unico che una battaglia contro l’islam radicale l’ha fatta veramente. Accusato dagli americani di essere troppo morbido con gli islamisti, l’ex “re” pachistano si è dovuto barcamenare tra gli strali dei suoi alleati miliardari e il risentimento crescente di un paese dove l’islam, grazie al generale Zia, è religione di stato. Mai come adesso però l’islam radicale aveva preso piede. Pur restando, come conferma in parte il voto, un fatto di minoranze, per quanto agguerrite, sonore e soprattutto armate.
Il mostro dell’islam radicale è cresciuto clamorosamente con la guerra d’Afghanistan che grazie a quel pluridecennale conflitto ha nutrito, nella cintura tribale della Provincia della frontiera, un sempre maggior potere dei mullah a discapito di quello tradizionale dei malik: i capo clan, disposti a inginocchiarsi verso la Mecca ma solo dopo aver fatto i loro affari.
La guerra al terrore ha poi finito per alimentarlo definitivamente facendo fare a Musharraf diversi passi falsi. Prima il presidente-generale ha mandato l’esercito: 80mila uomini (il doppio di quanto la Nato impegna in Afghanistan) per controllare le sette agenzie che compongono la tribal belt. Poi Musharraf ha capito che la sola opzione militare non bastava e ha negoziato. Anche recentemente. Ma ormai il mostro era uscito dal sonno, sfruttando un risentimento contro Islamabad che data dall’indipendenza dal Regno Unito. Le tribal belt (o Fata) sono l’area piu’ povera del paese e anche questo ha finito per contare. La cosa ha poi tracimato nella valle di Swat, fuori dalla cintura tribale, e ha rischiato di saldarsi ai fermenti sempre vivi nel corpus sociale di grandi città come Lahore, Pindi o Karachi dove il livello di violenza politica, anche questo con cause remote, offre terreno fertile a facili arruolamenti.
Se la ricetta sia bombardare meglio violando la sovranità pachistana e l’autonomia delle terre pashtun, alimentando il senso atavico di frustrazione delle aree tribali, il lettore può giudicarlo da se’. E’ su questi sentimenti che hanno giocato i bin Laden o gli Abu Laith al-Libi. Il secondo l’han preso. Ma il primo, ammesso che non sia morto per cause naturali, i predator non l’hanno ancora fermato.



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