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La massiccia operazione di terra di Israele nella Striscia sembra sempre più vicina, ma da giorni si susseguono segnali contraddittori

Paola Caridi

Martedi' 12 Febbraio 2008
Non c’è una sola Israele, quella di Tel Aviv, considerata edonistica, ma esiste anche la periferia meridionale del paese, quella più a ridosso di Gaza. Dove i Qassam, nelle ultime settimane, sono arrivati in numero maggiore, in parallelo con l’intensificazione dei raid su Gaza da parte dell’aviazione israeliana. È per questo motivo che gli abitanti di Sderot hanno deciso di portare il problema direttamente a Gerusalemme e a Tel Aviv, bloccando autostrade, e inscenando sit-in.
La pressione pubblica non può non incidere sull’establishment politico e militare israeliano, che sul dossier Gaza dibatte da mesi. Perché, all’interno dei vertici, non solo non c’è una posizione unica, ma il peso specifico delle alternative a disposizione muta a seconda di quello che succede nell’agorà politica. Un caso per tutti, il più importante ma non il solo: il rapporto Winograd, stilato sul comportamento di politici e militari nella seconda guerra col Libano. La massiccia operazione di terra su Gaza è una decisione che risente delle durissime critiche dirette all’operazione di terra dell’agosto 2006 nel sud del Libano, all’impreparazione dell’esercito, al numero dei soldati morti, all’inutilità dal punto di vista diplomatico.
Certo, l’intensificarsi del lancio di Qassam sta facendo spostare l’ago della bilancia verso chi spinge per l’operazione di terra. Che sembra sempre più vicina. L’ok, però, non è ancora stato dato. Meglio alzare il livello, ma non spingersi sino all’ingresso in massa delle truppe di Tsahal dentro un terreno, quello di Gaza, che tutti gli esperti militari definiscono ad alto costo di vite umane. Da tutte le parti. E alzare il livello significa, in soldoni, omicidi mirati verso la leadership politica di Hamas. Una “prassi”, condannata da tutte le associazioni dei diritti umani come “esecuzione extragiudiziale”, che non ha mai avuto pause, ma che dalla vittoria elettorale di Hamas si è, per così dire, limitata al settore militare del movimento integralista palestinese.
Dall’uccisione dello sceicco Ahmed Yassin e poi, alcuni mesi dopo, del suo successore Abdel Aziz al Rantisi, Israele aveva diretto gli assassini mirati ai gruppi armati. Ora, dicono invece le indiscrezioni, i leader più in vista di Hamas non si farebbero più vedere in pubblico. Non solo Ahmed Ja’bari, considerato il capo delle brigate Ezzedin al Qassam, ma anche dirigenti politici come Mahmoud A-Zahhar, Said Siyyam, e lo stesso ex premier Ismail Haniyeh. Vuol dire che Israele ha deciso di colpirli? Può darsi, ma in queste settimane la nebbia non riesce a diradarsi, su quello che sta succedendo attorno al dossier Gaza.
Segnali uguali e contrari si susseguono da quando Hamas ha fatto crollare il muro di Rafah, in una serie di docce scozzesi e di toni conciliatori che si susseguono ad avvertimenti severi. La confusione si concentra soprattutto sulla questione del confine sud della Striscia. Prima i negoziati al Cairo, in cui l’Egitto ha parlato, separatamente, con Hamas e con l’Autorità Palestinese. Poi la chiusura di Rafah, concordata tra egiziani e dirigenti di Hamas, in primis Mahmoud A-Zahhar, protagonista delle trattative del Cairo. E poi ancora il tam tam anti-Hamas di esponenti del governo egiziano, in parallelo con la visita di uno degli uomini più potenti d’Egitto, Omar Suleiman, in Israele per tentare un accordo su Rafah. Che magari preveda il ritorno degli osservatori europei.
Cosa realmente succede, dietro la coltre di nebbia, è possibile solo intravederlo. E comunque i segnali non sciolgono il nodo: si va verso l’escalation militare o verso l’accordo su Rafah e magari sul caporale Gilad Shalit? A prima vista, l’idea di una guerra totale a Gaza sembra la più vicina, soprattutto quando in Israele si vorrebber di una forza internazionale che si assumesse l’onere di controllare la Striscia dopo l’ipotetica rioccupazione da parte di Israele.
Se i soldati di Tsahal entrassero a Gaza, però, i negoziati tra Israele e ANP subirebbero un blocco. E chissà se potrebbero riprendere sulle stesse basi. Di certo, il tempo che precede le decisioni si assottiglia. E anche i toni di Hamas sono sempre meno conciliatori verso una intesa con l’ANP su Rafah. Come se dentro il movimento integralista si stesse consolidando l’idea di spingere sull’acceleratore della reazione armata, e sperare che la paura di una operazione di terra e dei suoi costi spinga Israele a trovare un’altra strada.


Leggi l'articolo anche sul Riformista



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