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DA HEBRON A DIMONA 7/2/08

Reportage nel capoluogo della Cisgiordania meridionale, da dove sarebbero partiti gli attentatori alla città del reattore nucleare israeliano

Paola Caridi

Giovedi' 7 Febbraio 2008
Hebron – La neve è ancora ammucchiata ai lati delle strade. Ne è scesa mezzo metro, la scorsa settimana. Più che a Gerusalemme. Hebron è sempre stata più fredda e più umida, di quel freddo che entra nelle ossa. Nonostante, anche nella percezione palestinese, Hebron sia a tutti gli effetti una città del sud: il capoluogo della Cisgiordania meridionale, il posto che – storicamente – ha sempre subito l’influenza di Gaza. La Striscia, d’altro canto, è a poche decine di chilometri da Hebron, anche se per arrivarci, dicono sconsolati gli abitanti di quella che in arabo è conosciuta come Al Khalil, bisognerebbe fare il periplo di mezza regione, e sperare di entrare da Rafah.
Gaza, adesso, sembra ancora più vicina. Quel muro fatto esplodere a Rafah è stata una cesura nella storia di questi ultimi mesi, per tutta la Cisgiordania. E poi l’attentato a Dimona, il primo dentro i confini di Israele che Hamas ha rivendicato da tre anni a questa parte. Quello sì che ha reso la Striscia sempre meno lontana dalla West Bank. E ha riportato lo scontro tra gruppi armati palestinesi e Israele fuori dai confini di Gaza. Prima tappa, non casuale, Hebron.
In Palestina si dice che se qualcosa deve cominciare, inizia a Hebron. Chissà perché. Certo è che la città, da tempo considerata la principale roccaforte di Hamas in Csigiordania, è risalita al centro della cronaca quando si è diradata la nebbia sulle rivendicazioni dell’attentato al mall di Dimona. Prima considerato nato, preparato, gestito da Gaza, come mostrava il video di uno degli attentatori. Poi, rivendicato dal braccio armato di Hamas, le brigate Ezzedin al Qassam, che ha parlato di due attentatori provenienti da Hebron.
E che la pista di Hebron fosse la principale, lo conferma quello che è successo in città proprio nelle ore in cui arrivavano le breaking news in diretta da Dimona, il centro del reattore nucleare israeliano. Mentre tutte le agenzie battevano le notizie sugli attentatori di Gaza che avrebbero raggiunto il Negev da Rafah e poi dal Sinai, Hebron veniva sigillata dall’esercito israeliano. Traffico in tilt, in una sorta di formicaio impazzito in cui la gente andava avanti e indietro per le strade della città, alla ricerca di un varco, di una via uscita.
Niente da fare. Tutto chiuso. Ci sono gli israeliani. È per Dimona. Gli attentatori sono di Hebron. Le voci per la strada si rincorrevano, tre giorni fa. E in effetti i soldati israeliani in almeno un caso – sotto i nostri occhi – hanno chiuso strade e rastrellato, alla ricerca di qualcuno. Spari, un’esplosione, le sirene delle camionette, e la ormai classica, rischiosa partita al gatto e al topo tra i giovani soldati di Tsahal e i bambini palestinesi, sempre al limite dello scontro.
In quelle ore, si facevano già i cognomi degli attentatori. Nomi di famiglie di Hebron. Come gli Herbawi, il clan da cui proveniva Mohammed, 20 anni, impiegato in una fabbrica di carta. Un clan dei più numerosi, tremila uomini (donne e bambini non vengono messi nel computo) tra Gerusalemme e Hebron. Qualche mese fa, il mukhtar, il capo del clan, Abed Motti al Herbawi, ci aveva detto che era sempre più difficile controllare i giovani della famiglia, e che con la seconda intifada erano girate troppe armi.
La domanda che tutti si pongono, però, è perché ora, e perché a Hebron. Adesso, perché forse si deve far vedere che Gaza a Cisgiordania non sono più così separate. Soprattutto in giorni particolari come questi, in cui alcuni esponenti di Hamas, per esempio a Nablus dove la pressione militare israeliana e della polizia di Salam Fayyad è molto forte, hanno cominciato a dire che il colpo di mano a Gaza è stato un errore del movimento islamista.
Perché a Hebron? La pressione dell’Autorità Nazionale è molto dura anche in un posto dove Hamas ha stravinto alle elezioni del 2006. E si mescola, in una città conservatrice e tradizionale, con gli equilibri dei clan, divisi tra la crescita del movimento del califfato, Hizb al Tahrir, e la spaccatura tra seguaci di Fatah e Hamas che divide anche le famiglie. Il movimento islamista accusa l’ANP di violazioni dei diritti umani, umiliazioni come il taglio della barba dei militanti di Hamas arrestati, fino a notizie (non verificate) di interrogatori pesanti e torture. L’Autorità di Abu Mazen e di Fayyad, dal canto suo, ha deciso di mostrare anche visivamente che le cose sono cambiate. Prima del coup di giugno, Hebron era pavesata di verde, il colore di Hamas. Ora, per i viali, ci sono solo due bandiere: una gialla, il colore di Fatah, e una palestinese. La tensione, però, è evidente. E la calma, come dimostra Dimona, è solo di facciata. In attesa del prossimo capitolo.

Leggi il reportage anche sul Riformista



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