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Dopo la sentenza di ieri della Corte di Giustizia europea, la palla passa al Consiglio di Stato.La fine dell'odissea dell'emittente che dal '99 attende di poter trasmettere sembra ormai vicina. Grazie all'intervento dell'Ue. L'articolo, pubblicato sul nuovo numero di Galatea, è stato scritto prima della sentenza, il cui esito era comunque previsto.

Junko Terao

Venerdi' 1 Febbraio 2008
Roma - La “tv fantasma”, la “tv che non c’è”.
Sono molti ed eloquenti i soprannomi dati a Europa7 - l’emittente che dal 1999 attende di trasmettere sulla rete nazionale italiana - ma se è vero che nei nomi è scritto il destino di chi li porta, l’imprenditore televisivo Francesco Di Stefano ci aveva visto lungo quando battezzò la sua nuova creatura. Se la lunga odissea della “tv invisibile” troverà soluzione, infatti, sarà senz’altro per merito della giustizia europea.
Mentre scriviamo cresce l’attesa per il pronunciamento della Corte di giustizia del Lussemburgo che dovrebbe sancire in modo definitivo il diritto a trasmettere sulle frequenze italiane che Di Stefano si aggiudicò con regolare gara nel ’99, all’epoca del governo D’Alema, ma che oggi, a distanza di otto anni e di numerose sentenze a suo favore, non gli sono ancora state assegnate. La storia ha dell’incredibile, ma questo non è bastato per farle trovare spazio sui media italiani. Solo in pochi se ne sono occupati, e questo sembra il sintomo di un’assuefazione ad una democrazia limitata, in cui anche le sentenze della Corte costituzionale nulla possono contro lo strapotere di chi controlla le televisioni. Galatea se n’è già occupata, ma prima di raccontare gli ultimi sviluppi vale la pena di ripercorrere le tappe di una vicenda che rappresenta l’emblema di un sistema televisivo in cui il pluralismo dell’informazione pare sempre più un miraggio.
E’ utile ricordare innanzi tutto che in un noto rapporto sulla libertà di stampa nel mondo pubblicato l’anno scorso, l’Italia risultava “parzialmente libera”, aggiudicandosi il 79esimo posto a pari merito con il Botswana e un gradino sotto la Bulgaria, che pure prestò il nome al famoso “editto” di Berlusconi. La diffusione di quel rapporto suscitò scalpore, ma pensando alla vicenda di Europa7 tutto sommato poteva andare peggio. In fondo l’Italia è ben due posizioni sopra il Burkina Faso. Torniamo ai fatti. Nel ’99 Francesco Di Stefano, imprenditore con esperienza nel mondo delle emittenti locali, decide di fare il grande salto e di provare, perchè no, ad accedere all’Olimpo dell’etere nazionale, dove il duopolio Rai-Mediaset regna sovrano. L’occasione gli si presenta con una gara per l’assegnazione delle frequenze nazionali indetta dallo Stato. Sono undici le frequenze da assegnare: tre per la Rai e otto per i privati. E’ opportuno rammentare che una precedente sentenza della Corte costituzionale, nel ’94, aveva dichiarato incostituzionale quella parte della legge Mammì che stabiliva che un unico proprietario potesse avere fino a tre reti nazionali. Nonostante questo, Rete4, terza rete di Mediaset, continuava a trasmettere in virtù delle proroghe previste per il passaggio al digitale da una legge del ’97. Intanto Di Stefano, che aveva partecipato alla gara per due concessioni, ha tutte le carte in regola e se ne aggiudica una per Europa7. La seconda gli viene inizialmente negata ma poi riconosciuta in seguito al ricorso al Consiglio di Stato. Se tutto fosse andato come previsto dunque, la tv di Di Stefano avrebbe potuto cominciare a trasmettere entro la fine del’99.
L’assegnazione delle frequenze però slitta, anche perchè nel frattempo altre reti fanno ricorso. E, soprattutto, perchè Rete4, pur avendo perso il diritto alle frequenze, non le libera e, grazie a un’autorizzazione ministeriale, continua tranquillamente a trasmettere. Contro il ritardo del ministero nelle assegnazioni Europa7 fa ricorso al Tar, che nel 2004 gli darà ragione. Per Di Stefano comincia il lungo e tortuoso percorso che, a colpi di sentenze favorevoli, lo porterà presumibilmente ad ottenere quello che gli spetta di diritto. Dopo quello al Tar, è la volta del ricorso alla Corte costituzionale che, nel 2002, conferma il parere del ’94 e ribadisce il tetto massimo di due frequenze per ogni soggetto privato. Le reti eccedenti, stabilisce la Corte, devono essere trasferite sul digitale entro il 31 dicembre 2003. Nel frattempo al governo è salito Berlusconi e la sua azienda rischia di perdere davvero Rete4. Bisogna correre ai ripari e l’allora ministro delle Comunicazioni Gasparri presenta un disegno di legge per regolamentare il sistema radiotelevisivo e, andando esplicitamente contro la sentenza della Corte Costituzionale, per permettere a Rete4 di continuare a trasmettere.
I tempi dell’approvazione del disegno di legge sono lunghi perchè l’allora Presidente della Repubblica Ciampi, riconoscendo il contrasto della nuova legge con la sentenza della Corte costituzionale, non la firma. Salvo poi accettare il decreto legge, che passerà alla storia come “decreto salva Mediaset”, con cui si mette al sicuro la terza rete di Berlusconi finché non passi la Gasparri, che viene approvata definitivamente nell’aprile del 2004. Ed è qui che l’orizzonte claustrofobico tutto italiano si allarga ed entra in scena, finalmente, la Corte di giustizia europea.
Interpellata nel 2005 dal Consiglio di Stato, che nel frattempo ha dato ragione alla società di Di Stefano, e dalla stessa Europa7, che chiede, oltre alle frequenze che gli spettano, un risarcimento danni da parte dello Stato, nel luglio 2006 la Corte del Lussemburgo, presieduta allora da Neelie Kreush, dichiara che la legge Gasparri va contro le direttive europee. Il ministro Gentiloni, allora come oggi al dicastero delle Comunicazioni, le dà ragione. Peccato però che l’avvocato dello Stato, davanti alla Corte di giustizia Ue, difenda la Gasparri. Disconosciuto da Gentiloni, l’avvocato sostiene di aver dato la colpa, in sede europea, alla precedente legge Maccanico e scombina nuovamente le carte. Sul caso di Europa7 l’avvocato avrebbe assicurato alla Corte europea che con l’approvazione del disegno di legge Gentiloni le frequenze sarebbero finalmente state assegnate. La riforma Gentiloni, appunto, cioè il disegno di legge che, presentato nel 2006 ed approvato dal Consiglio dei Ministri, attende di essere vagliato dalla Camera per l’approvazione finale. Disegno di legge che, una volta passato, dal 2009 obbligherebbe Rai e Mediaset a traslocare una rete sul digitale e limiterebbe le concessioni pubblicitarie.
Il progetto è stato definito da Silvio Berlusconi “criminale”: “se venisse approvato” - ha dichiarato il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri - “l’azienda perderebbe 600-700 milioni di euro a causa della riduzione del tetto alla raccolta pubblicitaria, una rete (destinata a finire prima sul digitale), frequenza e la possibilità di fare il digitale, che rappresenta una bella alternativa a Sky. Senza contare i danni legati alla nuova disciplina delle telepromozioni”.
Negli ultimi tempi la riforma è finita sul tavolo delle trattative dove maggioranza e opposizione cercano un accordo: in gioco c’è in realtà la riforma della legge elettorale, anche se il portavoce di Berlusconi Paolo Bonaiuti ha esplicitamente negato un legame diretto tra la disponibilità a trattare con la maggioranza per una nuova legge elettorale e quello che definisce “il progetto anti-Mediaset del Ministro Gentiloni, un vero obbrobrio giuridico”. La Gentiloni, che dovrebbe porre rimedio alla Gasparri ed evitare così all’Italia pesantissime sanzioni da parte dell’Unione europea, nonostante le smentite più o meno ufficiali, è inevitabilmente diventata una delle monete di scambio. Il tira e molla rischia di costare caro all’Italia: nel luglio scorso la Commissione europea ha concesso due mesi di tempo per riformare la Gasparri. L’ultimatum è scaduto, nulla ancora è cambiato, e sono in molti a ipotizzare che il ddl verrà affossato.
Ma cosa dice la riforma Gentiloni del caso Europa 7? Semplicemente non se ne occupa. O meglio, nella sua versione originale non dava indicazioni a riguardo ma, passando attraverso le commissioni dei due rami del parlamento, è stata emendata. E adesso riconosce la validità delle assegnazioni di frequenze della gara vinta da Di Stefano nel ’99. Ma la faccenda, se possibile, è ancora più complicata.
Nel 2007, a ridosso di ferragosto, il ministero delle Comunicazioni pubblica un bando di gara per l’assegnazione delle frequenze televisive. Un altro. Immediato il ricorso al Tar di Europa7, che sostiene l’illegittimità della nuova gara. Innanzitutto perchè non è ancora stato applicato l’esito della gara del ’99; poi perchè il bando si rifà all’art.25 comma11 della legge Gasparri, proprio uno degli articoli contestati dalla Kroesh - cui lo stesso Gentiloni aveva dato ragione - e messo in mora dalla Commissione europea. Inoltre la nuova gara assegnerebbe le frequenze non solo ai titolari di concessione, requisito necessario per trasmettere a livello nazionale, ma anche a chi possiede solo un’autorizzazione, come per esempio ReteA. Insomma, il rischio è di assistere alla beffa di un rimescolamento e di una redistribuzione delle frequenze. Ma è probabile che al ministero se ne siano resi conto, tanto che oggi non si sa più nulla di quella gara e nessuno ne parla più. Anomalìe italiane che superano ogni fantasia.
Adesso però si tratta di rispondere a interlocutori seri. A settembre dell’anno scorso arrivano infatti le conclusioni dell’avvocato generale della Corte di giustizia che dà ragione a Europa7 su tutti i fronti. Comincia a vedersi la luce in fondo al tunnel. Non c’è altro da fare che aspettare la sentenza del 31 gennaio, che quasi sicuramente sarà favorevole. A quel punto la palla tornerà al Consiglio di Stato, che si era già espresso favorevolmente nei confronti di Europa7, e che dovrebbe mettere la parola fine alla vicenda ordinando allo Stato di attribuire le frequenze e di pagare i danni per la mancata trasmissione di questi otto lunghissimi anni. Che la Gentiloni passi o meno, a questo punto, poco importa a Di Stefano. Il quale, divenuto suo malgrado paladino della lotta per la libertà di espressione e il pluralismo dell’informazione, guarda oltre i confini nazionali sperando che l’Europa impartisca all’Italia una lezione di diritto e di democrazia.

Pubblicato anche sul numero di febbraio-marzo diGalatea



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