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L'ex presidente indonesiano Suharto e' morto domenica mattina all'ospedale Pertamina di Giacarta

Emanuele Giordana

Martedi' 29 Gennaio 2008


Fa strada in fretta il giovane soldato Mohammed Suharto, nato in una famiglia contadina di Giava centrale nel 1921. Per la verita’ i suoi esordi alla “Diponegoro”, una prestigiosa divisione nel neonato esercito nazionale indonesiano, non sono dei migliori: fa affarucci di piccolo cabotaggio, commerci da fureria. Ma e’ gia’ colonnello e l’occasione sta per arrivare. Nel 1960 diventa generale e, quando Indonesia e Malaysia sono ai ferri corti, passa al corpo d’elite per eccellenza dell’esercito, la famigerata Kostrad.
Suharto e’ al corrente di cosa bolle in pentola a Giacarta negli anni Sessanta. Il “Dewan Jendral” - il consiglio dei generali, assemblea clandestina degli alti comandi - trama contro Sukarno, il presidente nazionalista che ha buoni rapporti col Pki, il fortissimo partito comunsita d’Indonesia. Uomo pericoloso che ha ospitato a Bandung nel ’55 la prima riunione dei Non Allineati, che ha buoni rapporti con Pechino e che non piace affatto alla Cia che punta tutto sui generali. Quando il colonnello Untung guida, il 30 settembre del 1965, un putsch per decapitare la testa dell’esercito ribelle, Suharto si fa avanti. Sukarno si trova in una situazione di stallo e debolezza e gli affida pieni poteri per riportare l’ordine. Glieli affida oppure Suharto riesce semplicemente ad ottenerli? Nessuno ha raccontato quella conversazione.
Scatta la repressione. Il bilancio dell’operazione di pulizia non e’ mai stato quantificato ma un milione di morti e’ una cifra contestata da pochi. Duecentomila gli arresti. In tredicimila vengono spediti a Buru, il carcere tropicale a cielo aperto dove i detenuti devono procurarsi il cibo e dove Pramoedya Ananta Tour, lo scrittore militante che Suharto piu’ odia, scrive i suoi romanzi su sottili foglietti di carta.
Nel ’67 e’ presidente ad interim ma, esautorato Sukarno, si fa eleggere ufficialmente nel 1968 e da allora, con un sistema blindato, riconfermare per sei volte. Ma l’ultima rielezione, 1998, e’ fatale. Nel pieno della crisi finanziaria che investe l’Asia orientale, aumenta i prezzi dei generi di prima necessita’ e la pentola del malcontento, sigillata per trentadue anni, va in pezzi. Lo scarica la piazza ma anche Washington e cosi’ i suoi generali che pero’ negoziano per lui la tranquillita’ di un buen retiro nella residenza privata del centralissimo quartiere di Menteng.
Suharto ha forse il tempo per pensare a una vita segnata dal terrore e nascosta da un sorriso pacioso abilmente mediatizzato: “ ’Pak Suharto”, papa’ Suharto, il padre della nazione. Non la pensano cosi’ nella Papua indonesiana che Giacarta ha occupato negli anni Sessanta e che una repressione durissima svuota degli oppositori. Non cosi’ nella provincia di Aceh, dove una legge speciale consente all’esercito torture e stragi che producono decine di fosse comuni. Non cosi’ a Timor Est, dove il suo fedele ministro Benny Murdani - e’ il 1975 - scatena un’occupazione durissima appena il Portogallo lascia l’isola dopo la Rivoluzione dei garofani. A meta’ degli anni Settanta, ha scritto la storica oppositrice Carmel Budiardjo, in carcere ci sono ancora 70mila comunisti, ai ceppi dal colpo di mano del ’66. Pugno duro anche contro gli islamisti, salvo creare ad hoc gruppi radicali per ragioni di intelligence. Per anni gode della protezione degli americani e coltiva buone amicizie con tutti. E tutti chiudono un occhio, per un motivo o per l’altro: l’Indonesia fa barriera contro i “rossi” ed e’ un forziere di beni primari. Petrolio, minerali, terre da sfruttare. Suharto lo sa.
La sua gestione dell’economia riflette un Monopoli casalingo, equamente condiviso con la moglie Tien, Madamne 10%, e i suoi sei figli, uno dei quali, Tommy, riesce anche ad uscire di prigione, quando il padre e’ gia’ in disgrazia, nonostante una condanna per omicidio. Se Suharto era potente lo rimane anche da ex presidente. Tanto potente che, quando la rivista Time lo accusa di aver messo da parte 15 milardi di dollari, viene condannata da un tribunale indonesiano a pagargli un risarcimento miliardario. Ma poi e’ la volta di Banca Mondiale e Onu, secondo cui si sarebbe intascato tra 15 e 35 miliardi. Affari di famiglia. La Suharto Inc. era un perfetto esempio di di “crony capitalism” - capitalismo famigliare, termine coniato per la dittatura filippina dei Marcos - in cui figli, amici e parenti controllavano completamente l’economia del paese, intascando laute tangenti. Solo passato? Molti credono che la grande societa’, la potentissima holding di famiglia, abbia continuato imperterrita e che la rivoluzione della “Reformasi”, lo slogan con cui fu chiusa nel 1998 l’era politica dei Suharto, non abbia davvero messo la parola fine alla loro parabola economica. Con gran parte dei segreti ormai chiusi, col vecchio dittatore, nella sua tomba.


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