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L'ITALIA PRECARIA, L'OPINIONE DI UNA LETTRICE "ATIPICA"

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la lettera di una nostra lettrice. Il tema del lavoro non è tra quelli a cui sono abituati i nostri lettori. Ma nel giorno del grande test del governo al senato - dove volano sputi, insulti da trivio e spintoni - ci pare giusto accendere i riflettori sui problemi reali del paese. Di cui, si può star tranquilli, nessuno parlerà.

Giovedi' 24 Gennaio 2008


Gentile Direttore,

il lavoro non è solo un mezzo di sostentamento, è la base della dignità umana e dei rapporti interpersonali. Se il lavoro nobilita e rende liberi - così tanto da scriverlo all'entrata di un campo di prigionia sessant'anni fa - cosa fa la disoccupazione? Non si è nobili (snob...) e si è prigionieri? Quando un lavoro può dirsi tale, e dov'è la linea di demarcazione fra lavoro, sottolavoro, sottoccupazione, sfruttamento, lavoro non retribuito e vera disoccupazione? Come fanno gli istituti statistici a rilevare un aumento dell'occupazione e a distinguere tra tutte queste sfumature e varianti? Ci ingannano contabilizzando lavori part-time, a termine, contratti atipici, rapporti che si possono interrompere
senza oneri da un minuto all'altro senza malattia, pensione, maternità, paternità, ferie come "occupazione". Gli infiniti stages col miraggio (soggettivo per disperazione o indotto per strappare manodopera gratuita) che un giorno si avrà un contratto, notevoli moli di lavoro e ragguardevoli responsabilità mascherate per non dover corrispondere un salario più alto ma strozzinati dal fatto che mercato non ce n'è, che di lavoratori "a-tipici" (quando in realtà il tipo più comune è proprio questo e di atipico c'è solo il posto fisso, contratto a tempo indeterminato, sindacalizzato con malattia, pensione, maternità, paternità, ferie) ce ne sono alcuni milioni e se tu non ci stai c'è la fila dietro di te di altri mille come te che invece accettano, piegano la testa pur di arrivare a domani, alla settimana prossima, alla fine del mese per pagare un affitto comunque superiore a quel che percepisci continuando ad andare in perdita finchè a più di trent'anni non ce la fai più, hai consumato tutto, non ci sono prospettive o colloqui in vista e devi tornare a vivere coi tuoi.
Cosa provocano continui rifiuti, centinaia di curriculum vitae inviati e nessuna o un paio di vaghe risposte di cortesia, le conversazioni con gli amici su ufficio, colleghi, dossier e problemi lavorativi che non possono essere sostenute perché non si ha un ufficio dove andare? Peggio ancora quando tutto questo arriva dopo anni di studi, lingue straniere imparate all'estero, Master e lavori (sempre all'estero) che, si pensava, ci danno una marcia in più. Invece si torna in un paese povero intellettualmente e ormai anche economicamente (se il 20% delle famiglie italiane sono povere, quasi povere o fanno fatica a sopravvivere); dove l'unico modo per avere un colloquio - non ancora per essere "assunti" perché poi c'è lo scontro tra chi è più potente - è essere amici di qualcuno, figli di qualcuno, avere una tessera di partito; dove chi commette errori grossolani ed è recidivo lì rimane perché il sistema è immobile mentre chi ha idee, capacità, competenze e potenzialità viene emarginato e sabotato perché suo malgrado mette in evidenza chi non fa nulla, poco, male o nemmeno si presenta al lavoro (tanto il posto è fisso). Come i reduci di guerra di In the Valley of Elah quali sono i costi personali e psicologici, sociali e nazionali di un paio di milioni di giovani professionisti trentenni preparati, brillanti e competenti che non riescono a bucare e si consumano silenziosamente nell'inevitabile depressione, nelle umiliazioni quotidiane, nella frustrazione di avere tanto fatto e dato per rimanere con un pugno di mosche perché il Sistema soverchiante è bloccato? Se ci sono morti bianche ci sono anche vite nere, o quantomeno che si annidano nell'ombra, per l'umiliazione quando qualcuno chiede "e tu cosa fai?", per non poter uscire e pagarsi una cena, un viaggio, per non parlare di una casa. Senza busta paga o un discreto ammontare di partenza non si può avere nemmeno una casa. Ma se non si consuma l'economia non va avanti e l'effetto a cascata sarà sempre più grave: già il mercato immobiliare è fermo, gli acquisti sono tutti a debito, le bollette rimangono non pagate e la pensione non esiste proprio.
Quando ci si accorgerà che la classe dei working poor non solo non potrà trainare l'economia nazionale e pagare le pensioni degli altri è anche uno struggente spreco di risorse, una distruzione dei diritti umani fondamentali nel Primo Mondo? Quando i sindacati smetteranno di offendere chi lavora, e tanto, senza nessuna tutela, dicendo che i fannulloni
non esistono o proteggendoli ad oltranza per proteggere se stessi? Quando i lavoratori dipendenti si accorgeranno che i loro colleghi, lavoratori anche loro, sono invece identificati sotto il profilo contrattuale (a termine, part-time, co.co.co, co.co.pro etc) in una nuova classificazione sconosciuta fino a pochi anni fa invece di essere individuati dignitosamente dal tipo di attività professionale che svolgono? Nessuno dice più impiegato o altro, ma "sono co.co.co" cui segue l'inevitabile occhiata compassionevole che è la summa di sollievo dello scampato e di pelosa solidarietà. Questa occupazione/disoccupazione grigia di cui nessuno si occupa, dalla quale chi è colpito e umiliato si nasconde, scoppierà presto come un sozzo bubbone manzoniano, lasciando tutti esterrefatti (e perché mai?). E, come d'uso in questo paese, additando nell'ordine la legge Biagi, i sindacati, governi vari, "i giovani" (?), la congiuntura economica internazionale, l'Euro per poi continuare a non far nulla, ognuno abbandonerà gli altri a se stesso in un datato e medioevale laissez faire nella pratica sconfitto da tempo ma non dall'ignoranza, dal pressappochismo, dalla connivenza e dalla totale mancanza di assunzione di responsabilità di chi continua ad assumere amici, proteggere parenti, restituire favori mafiosi, timbrare cartellini altrui, lasciando alla deriva, nell'ombra e nel pantano della tristezza chi, nei bei discorsi della gente che conta, viene definito, tuttora, "il nostro futuro".

Francesca Citossi



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