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GAZA ABBATTE IL MURO 24/1/08

Hamas fa esplodere la barriera di ferro al confine di Gaza. L'umanità dolente va in Egitto a comprare l'indispensabile

Paola Caridi

Giovedi' 24 Gennaio 2008
Quando i palestinesi chiamano, gli arabi rispondono. Che sia solo per immagine o anche per sostanza. E rispondono soprattutto gli egiziani, che volenti o nolenti si portano cucito addosso il ruolo di patron della causa palestinese. Hosni Mubarak è uno di quei leader che ha sempre rispettato questa tradizione. Anzi, l’ha anche usata per riguadagnare il terreno perduto tra gli arabi dopo la firma di Camp David, accogliendo per esempio Yasser Arafat con tutti gli onori dopo la fuga da Beirut attaccata dagli israeliani nel 1982, e facendosi sdoganare in questo modo da Abu Ammar.
Nessuno stupore, dunque, se proprio il rais egiziano si è preso, ieri, la responsabilità di rompere l’assedio di Gaza, accettare nella sostanza la pressione di Hamas e consentire al popolo di Gaza di uscire. Se non verso il mondo, almeno nel Sinai, a comprare tutto ciò che nella Striscia non si trova più da mesi. Dal cemento alle medicine, dal cibo alle ferramenta. Centinaia di migliaia di persone in cerca di tutto, passate perché i miliziani palestinesi avevano piegato a ventaglio, attraverso esplosioni controllate, quel muro di ferro lasciato in eredità dagli israeliani, che divideva Gaza dall’Egitto.
I miliziani hanno, dunque, forzato la mano. Gli egiziani, dal canto loro, non hanno reagito. Anzi. L’affermazione tranchant di Mubarak (“la gente stava morendo di fame”) dice molte cose, oltre al fatto in sé: che l’Egitto non vuole avere una bomba a orologeria appena oltre il Sinai, già considerato ad alto rischio dalle forze di sicurezza del Cairo. E dunque l’apertura di Rafah è un modo per calmierare l’emergenza umanitaria. In più, Mubarak non vuole che la sofferenza dei palestinesi di Gaza diventi un serio problema per la stabilità del più importante paese arabo.
I primi segnali di tensioni forte all’interno dell’Egitto si erano già avuti lunedì, quando i Fratelli musulmani hanno fatto chiaramente intendere che stava per finire la tregua con il regime, quell’accordo non scritto per il quale l’Ikhwan non scende in piazza, e non fa prove di forza. Lunedì sera, secondo i giornali indipendenti, la Fratellanza ha organizzato decine di veglie al Cairo e nei diversi governatorati a sostegno di Gaza. E una dimostrazione più importante era prevista per oggi, di fronte al palazzo della Lega Araba blindato dai cordoni della sicurezza. Il regime di Mubarak avrebbe reagito, secondo i dati dell’Ikhwan, con duemila arresti. Ma anche, nei fatti, acconsentendo a rompere (almeno temporaneamente?) l’assedio di Gaza, come le opposizioni chiedevano a gran voce.
Se la decisione di Mubarak testimonia quanto l’isolamento di Gaza stia diventando un dossier difficile per il rapporto tra dirigenti arabi e opinioni pubbliche, le parole pronunciate da re Abdallah II di Giordania dicono quanto la sofferenza di Gaza stia costringendo anche i campioni del “moderatismo” arabo ad alzare i toni. Quella in onda in questi due ultimi giorni sta diventando una vera e propria crisi diplomatica, che rimette in discussione molto di quello che Annapolis sembrava aver sancito. Almeno a breve termine, fino alla fine del 2008.
Ora, invece, l’apertura (sembra a tempo determinato, per un giorno o due) di Rafah getta sul tavolo il controllo delle frontiere di Gaza. Dopo il sostanziale aborto del controllo europeo, guidato dai nostri carabinieri. Hamas, attraverso il suo capo dell’ufficio politico all’estero, Khaled Meshaal, rilancia l’offerta già fatta giorni fa: controllo palestinese ed egiziano su Rafah, recuperando il rapporto con Ramallah, e dunque chiedendo all’Anp di Abu Mazen di prendervi parte. Israele lancia l’allarme. Non tanto sulla possibilità, che i dirigenti di Tel Aviv stanno già ponderando, che sia l’ANP a controllare i valichi di frontiera, con Israele e con l’Egitto. Quanto perché la proposta di Meshaal farebbe rientrare dalla finestra ciò che Israele ha sempre strenuamente rifiutato in questi due anni: la legittimazione di Hamas come attore politico.
La parola, ora, passa agli egiziani. Gli unici che devono risolvere il problema di Rafah, dicono gli israeliani in una nota ufficiale. Il Cairo, dal canto suo, vuole risolvere Rafah seguendo non gli interessi israeliani, ma quelli nazionali: questo sembra dire Mubarak con il regalo fatto ieri ai palestinesi di Gaza. Hamas controlla Gaza. Motivo per il quale a Rafah è andato in onda un tacito accordo: gli egiziani hanno consentito il passaggio perché gli uomini della sicurezza di Hamas hanno controllato il confine. La politica, nel mondo arabo, si fa anche in questo modo.

Leggi l'articolo anche sul Riformista



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