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GAZA AL BUIO. E AL FREDDO 22/1/08

Spenta la grande centrale elettrica che serve la Striscia al centro e al nord. La gente è allo stremo, dopo il blocco israeliano che ha chiuso l'accesso al carburante e al cibo

Paola Caridi

Martedi' 22 Gennaio 2008
Gerusalemme – Fa freddo anche a Gaza. Nonostante la latitudine, il mare, il Sinai a due passi. E poi questo è uno strano inverno. Le correnti siberiane hanno sconvolto la regione. La neve è arrivata a Baghdad, nei deserti della penisola arabica si è andati sottozero, i morti per il freddo hanno fatto saltare le statistiche regionali. A Gaza, dunque, fa freddo d’inverno. Soprattutto quando non c’è il carburante che nella Striscia fa muovere quasi tutto: i riscaldamenti, i fornelli, e quei generatori onnipresenti che servono a far andare frigoriferi, luce, macchinari nei negozi.
Il freddo di Gaza. Il buio totale che per la seconda notte ha colpito Gaza City. Un milione e mezzo di persone sull’orlo del baratro. Gli ospedali al collasso. I funzionari dell’Onu che parlano di buste in plastica in esaurimento, e quindi dell’impossibilità di consegnare – già da giovedì – farina, zucchero, riso agli indigenti di Gaza, la gran parte della popolazione. Un pugno nello stomaco per l’intero pubblico arabo, che da giorni ha visto di nuovo Palestina e palestinesi in prime time. Il titolo più importante, i reportage fiume, le dirette gestite in gran parte da giornaliste arabe donne, che parlano della sofferenza delle famiglie.
Il blocco totale imposto dei valichi di frontiera, imposto quattro giorni fa da Israele, sta diventando un boomerang per Tel Aviv e uno tsunami per i regimi arabi. Israele voleva fermare i lanci Qassam su Sderot, aumentati nell’ultima settimana dopo le sanguinose incursioni di Tsahal dentro la Striscia, che in tre giorni avevano provocato 26 morti e decine di feriti. Hamas ha risposto ai morti con oltre 150 Qassam in pochissimi giorni: un record che il governo di Ehud Olmert ha deciso di interrompere chiudendo i rubinetti. Continuano i lanci di razzi? E allora niente carburante, niente farina, niente di niente. Valichi sigillati. Olmert ha detto ieri: “i palestinesi di Gaza possono andare a piedi”.
Risultato pratico: Gaza è al buio da domenica pomeriggio. L’Organizzazione Mondiale della Sanità dice da ieri che gli ospedali vanno avanti solo con i generatori d’emergenza, mettendo a rischio malati con patologie cardiache, diabete e cancro. E denuncia che a rischio è in generale la salute pubblica dei gazani. Risultato mediatico: duro per Israele, che ieri sera ha reagito alle pressioni, consentendo l’arrivo – in programma per oggi - di un po’ di nafta a Gaza.
Il tam tam mediatico è stata la vera novità in una situazione, quella della chiusura di Gaza, che va avanti da mesi. Non solo i funzionari e i dirigenti dell’Onu denunciano la “punizione collettiva” in atto verso i palestinesi di Gaza (durissimo lo special rapporteur della commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite, John Dugard, che parla di “azioni codarde” e di “crimini di guerra”). Non solo la Commissione Europea ha spinto decisamente perché Israele riapra i valichi e faccia rientrare carburante.
E’ il fronte arabo, soprattutto, il più colpito dal buio a Gaza. Dopo le ore di immagini live, la Lega Araba si è riunita per chiedere a sua volta la riunione del consiglio di sicurezza Onu. Hosni Mubarak ha telefonato a Olmert. I sauditi hanno reagito duramente. La gente ha cominciato a scendere per strada per protestare non solo contro il buio a Gaza, ma contro l’immobilismo dei propri governi, da Algeri ad Amman.
Quanto basta, insomma, per mettere seriamente a rischio la già fragilissima trama di Annapolis. Che, nei desideri di Bush, può andare avanti se il cosiddetto fronte moderato arabo preme ai fianchi sui palestinesi. Gaza, però, si dimostra – come sempre reiterato dai più importanti analisti di cose mediorientali – il vulnus da risolvere prima dei negoziati.
Un vulnus che non colpisce solo Mahmoud Abbas, premuto da più fronti per interrompere i negoziati in corso. E non colpisce solo Fatah, dove le correnti interne si stanno muovendo in previsione del congresso di febbraio, e stanno alzando la voce. Colpisce, per esempio, l’Egitto, a cui Ismail Haniyeh ha chiesto di aprire Rafah. Il valico che unisce la Striscia all’Egitto sta infatti diventando il nodo della questione, visto che potrebbe diventare la porta che si apre e rompe l’embargo su Gaza. Gettando allo stesso tempo, però, il peso di Gaza e di un irrigidimento delle relazioni con Israele tutto sulle spalle del Cairo. Mubarak conosce tutti i rischi di una mossa del genere, per sé e per la già debole stabilità del suo paese.

Leggi l'articolo anche sul Riformista



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