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Il leader di Ysrael Beitenu si ritira dalla coalizione, e inasprisce i suoi toni razzisti

Paola Caridi

Giovedi' 17 Gennaio 2008
Le dimissioni erano annunciate. Le ragioni erano più che conosciute. La vera notizia sta nel modo in cui Avigdor Lieberman ha reso pubblico, ieri, il ritiro del suo nuovo partito dell’immigrazione russa, Ysrael Beitenu, dalla coalizione che sostiene il governo Olmert. Altro che questioni cruciali, le cosiddette core issues, Gerusalemme, frontiere definitive, rifugiati. Queste dovevano essere le ragioni alla base di una rottura che Lieberman, astro nascente della destra israeliana, aveva minacciato da tempo. Alle core issues del negoziato israeliano-palestinese, benedetto pochissimi giorni fa dallo sponsor più importante, George W. Bush, il capo di Ysrel Beitenu ha dedicato veramente poco spazio, per esprimere la sua contrarietà di fondo.
Molta più verve, invece, ha usato Lieberman per andare al cuore della questione, e ai veri pilastri del suo programma politico. La ricetta di colui che ha rappresentato la novità alle ultime elezioni politiche, è semplice: trasferimento di popolazione araba nei territori controllati dall’Autorità Nazionale Palestinese, no al ritiro sulla linea pre-1967, scambi di territori e persone per arrivare realmente a due stati per due popoli. E non, come dice lui, a uno stato e mezzo per i palestinesi, e mezzo stato per gli israeliani ebrei.
Di per sé, niente di nuovo. La questione degli arabo-israeliani, dei palestinesi con passaporto israeliano, è sempre stata presente nel programma di Ysrael Beitenu, così come nella retorica colorita di Lieberman. Ma un attacco così frontale e così complessivo non c’era mai stato, sinora. Non fino al punto da dire che, per Israele, il problema non sono i palestinesi, bensì gli arabo-israeliani. E che il vero “pericolo” non sono Khaled Meshaal e Hassan Nasrallah, ma alcuni dei nomi più importanti dei deputati arabi alla Knesset.
Avigdor Lieberman, dunque, ha tolto qualsiasi fronzolo alla sua retorica, e ha deciso l’attacco frontale contro gli arabi-israeliani che rappresentano circa un quinto della popolazione di Israele. Un attacco che tocca corde sensibili dentro le varie componenti della destra israeliana, compresa – ma non solo – quella dei coloni. E che non ha suscitato grande clamore nella politica israeliana. A parte la reazione di Ahmed Tibi, uno dei deputati della Knesset citati dal capo di Ysrael Beitenu, che ha definito Lieberman “peggio di Jorg Haider”.
Nel “palazzo” politico si tace sostanzialmente su Lieberman e il suo eloquio razzista. E si fanno letteralmente i conti. Senza gli undici deputati di Ysrael Beitenu, il governo Olmert ha una maggioranza di appena 67 rappresentanti della Knesset. Una manciata di voti contrari su di una legge, e il governo non solo va in minoranza. Parte la macchina delle elezioni anticipate. Ancora una volta.
Le prospettive sono, a questo punto, diverse. La prima, rafforzare numericamente la coalizione (ma quanto dal punto di vista della omogeneità?) attraverso l’inserimento di nuovi alleati. Che potrebbero essere addirittura di diversissimo colore, dal piccolo partito religioso dello United Torah Judaism alla sinistra pacifista rappresentata dal Meretz. La seconda possibilità, è quella di rimanere con una maggioranza risicata e attendere che passi il ciclone Winograd.
Le dimissioni di Lieberman e dei suoi è, infatti, giunta (casualmente?) due settimane prima della pubblicazione del rapporto definitivo della commissione Winograd sulla condotta del governo e delle forze armate durante la guerra con il Libano dell’estate 2006. Un rapporto definitivo che si prevede durissimo, e che rischia di indebolire Ehud Olmert a tal punto da poterlo costringere a dimettersi. E se Olmert decidesse anche di non lasciare la carica di premier, il rapporto Winograd potrebbe costringere Ehud Barak a fare un passo indietro. Come aveva promesso, e come peraltro gli chiede una parte del suo partito, il Labour.
È proprio la posizione dei laburisti, paradossalmente, la più delicata. Tra le ambizioni per nulla nascoste di Barak, che vorrebbe (ri)candidarsi alle elezioni, anticipate o meno. E il timore di perdere ancor più consensi, oltre quelli già persi alle precedenti consultazioni, nel caso non si dividesse il proprio il proprio destino da quello di Olmert. E poi, i sondaggi parlano chiaro. In caso di elezioni anticipate, Barak non avrebbe partita vinta. Prima di lui, e molto distaccati, ci sono Benyamin Netanyahu e l’attuale ministro degli esteri, Tzipi Livni, consolidata dentro il Kadima.

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