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SHALIT, LA MEDIAZIONE INFINITA 18/1/08

Indiscrezioni parlano di un ruolo italiano nei contatti. Mentre la trattativa si arena sui raid israeliani a Gaza

Paola Caridi

Venerdi' 18 Gennaio 2008

Qualcosa si muove, attorno al destino di Gilad Shalit. E si muove da parecchi giorni. A dirlo, più delle indiscrezioni del giornale panarabo Al Hayat su di una presunta mediazione italiana, è la riunione che si dovrebbe svolgere domenica a Gerusalemme. Tra il premier Ehud Olmert e le autorità israeliane che si occupano, all’interno di un comitato, di stilare i criteri per la liberazione di prigionieri palestinesi. Se venisse confermata, sarebbe la seconda riunione in dieci giorni. In un periodo in cui di cose da fare, con la visita di George W. Bush, ve ne sono state parecchie.
Quando si discute dei criteri da seguire per liberare o meno delle quote dei circa 11mila prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, vuol dire che qualcosa c’è in ballo. Non solo il dossier “detenuti” nei negoziati in corso tra il governo Olmert e gli uomini di Mahmoud Abbas. Ma anche la trattativa, a fase alterne, per liberare il caporale Gilad Shalit, catturato dalle fazioni armate palestinesi di Gaza alla fine di giugno del 2006.
Da allora, da oltre un anno e mezzo fa, quella della trattativa Shalit è stata una storia infinita, in cui si sono alternate chiusure, rapide aperture, finestre, mediatori. Una serie di tentativi più o meno riusciti, su cui hanno pesato le vicende politiche e militari. Il dato acclarato è che l’Egitto sia l’unico mediatore sempre presente, in questo lungo periodo, e che proprio attraverso il Cairo si dovrebbe realizzare, in pratica, lo scambio di prigionieri. La notizia non confermata – invece - è che, ora, vi sia anche una mediazione italiana, come sostengono le fonti riservate palestinesi ascoltate da Al Hayat. Che parla di un ruolo italiano fondato sui “buoni rapporti sia con Israele sia con Hamas costruiti da quando è andato al governo l’attuale premier Romano Prodi”.
I nostri diplomatici tacciono, com’è logico che facciano. Certo è che indiscrezioni del genere, se pure fosse reale un ruolo italiano, possono avere come risultato proprio il fallimento di una mediazione. O almeno un suo riassestamento. La domanda da porsi, dunque, non è solo se siano vere le indiscrezioni, ma chi le abbia fatte filtrare. Chi ha interesse, in uno scontro così duro tra Fatah e Hamas, a rompere la rete di relazioni che qualsiasi intelligence si crea per comprendere una zona di crisi? Domande semplici. Risposte che, sinora, sono solo un esercizio intellettuale.
Nella realtà, ci sono altri tasselli da mettere insieme, per capire almeno qualcosa del dossier Shalit. Primo, Hamas ha stilato una lista di ben oltre mille prigionieri palestinesi da liberare. Oltre un decimo di quelli detenuti. Ci sono prigionieri condannati all’ergastolo, malati, donne, minori. Della lista, non fanno parte solo uomini di Hamas, ma leader di Fatah del calibro di Marwan Barghouthi, e anche il leader dello FPLP, Ahmed Saadat. Hamas, insomma, sfrutta la trattativa per mostrare ai palestinesi che non si ferma agli interessi frazionistici. Secondo, gli israeliani stanno discutendo dei criteri, e della necessità o meno di inserire nei prigionieri da liberare anche quelli considerati con “sangue sulle mani”. Il dibattito è in corso, e sono già tre – almeno – i dirigenti israeliani che sarebbero disposti a liberare Marwan Barghouthi. Compreso il vice ministro della difesa Matan Vilnai e il vecchio Benyamin Ben Eliezer.
Il terzo punto, forse il più importante, è cosa significhi per i protagonisti la trattativa su Shalit. Bloccata, dicono tutte le dichiarazioni pubbliche, per i sanguinosi raid israeliani su Gaza degli ultimi tre giorni, che hanno causato almeno 26 morti e decine di feriti. Il negoziato su Shalit non sembra solo centrato sullo scambio dei prigionieri. È contemporaneo all’ipotesi di una tregua tra Hamas e Israele sulla Striscia di Gaza. E d’altro canto, il significato politico della trattativa è quello più verosimile. Cosa guadagnerebbe, infatti, Hamas dallo scambio tra Shalit e un consistente numero di detenuti palestinesi? Molto, ma non abbastanza da “proteggere” Hamas da un’operazione militare su Gaza. Se invece la trattativa comprendesse anche una tregua, la liberazione del giovane caporale Shalit assumerebbe una valenza non solo tattica, ma strategica. E allora, ecco l’ultima domanda: Israele è interessata a una trattativa di questo genere, che recupera di fatto Hamas nell’agone politico palestinese, mentre sono in corso negoziati esclusivi tra Olmert e Abu Mazen?

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