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BUSH IN M.O. SI VESTE DA PELLEGRINO 12/1/08

Allo Yad Vashem e al lago di Tiberiade, il presidente americano dedica qualche ora a una visita lontana (ma poi non tanto) dalla politica

Paola Caridi

Sabato 12 Gennaio 2008
BUSH IL PELLEGRINO TRA YAD VASHEM E CAFARNAO

Gerusalemme – Occhi rossi, pieni di lacrime. Il George W. Bush dell’ultimo giorno in Israele ha smesso i panni del presidente degli Stati Uniti, e ha indossato quelli dell’uomo e del pellegrino. Prima allo Yad Vashem, il museo dell’Olocausto israeliano, dove il pellegrino laico ha reso omaggio alle vittime della Shoah. E poi su a nord, sulle pendici delle colline che si affacciano sul lago di Tiberiade, tra le Beatitudini e Cafarnao, dove il pellegrino cristiano ha camminato sui passi di Gesù Cristo.
Sotto i panni del pellegrino, però, batteva sempre il cuore di Bush, e del suo pensiero su come sconfiggere il Male. Così, ieri mattina, il presidente americano non si è solo commosso di fronte all’altare della rimembranza dello Yad Vashem, quando ha indossato la kippa e partecipato alla semplice e intensa cerimonia con la quale si rende omaggio alle vittime della Shoa. Non si è solo commosso nell’ascolto del kaddish, della preghiera dei morti. O nella visita del museo che raccoglie immagini, testimonianze, ricordi dello sterminio degli ebrei in Europa. Di fronte alle foto aeree scattate proprio dagli americani, Bush si è chiesto perché mai gli Alleati avessero deciso di non bombardare i campi di concentramento nazisti. Nonostante le informazioni fossero, nel 1944, arrivate sia agli organi di stampa sia ai servizi segreti. Argomento delicato per generazioni di studiosi, la questione non è stata ancora del tutto chiarita: perché gli Alleati non avessero bombardato le linee ferroviarie che conducevano ai campi di sterminio, ad Auschwitz come a tutti gli altri.
Una rapida consultazione con il segretario di stato, Condoleezza Rice, e poi Bush ha detto una frase che – questa sì – rimarrà storica. “Avremmo dovuto bombardare Auschwitz”, avrebbe detto, secondo il resoconto del direttore dello Yad Vashem, Avner Shalev, testimone di quelle lacrime che almeno due volte avrebbero riempito gli occhi di Bush durante una visita durata un’ora. Il museo dell’Olocausto visitato assieme ai vertici israeliani, da Shimon Peres a Ehud Olmert, “ricorda a tutti che il male esiste - ha detto il presidente americano -, ed è un richiamo che dice che quando il male esiste, bisogna opporre resistenza”.
Poi, in elicottero, verso le tappe dei pellegrinaggi cristiani in Terrasanta. Dopo la sosta di giovedì alla grotta del Bambinello, a Betlemme, il rapido viaggio verso la parte del Gesù predicatore. E soprattutto la sosta al Monte delle Beatitudini, quello in cui il Cristo ricordò “gli operatori di pace”, accompagnato dai francescani che, in Terrasanta, sono i custodi dei Luoghi Santi per la parte cattolica. A guidare Bush, lo stesso capo dello Custodia, padre Pierbattista Pizzaballa, che lo ha accompagnato anche a Cafarnao, luogo di Pietro e, in questi ultimi anni, uno dei centri di ricerca archeologica dei francescani.
È finita così, tra le tonache dei frati e delle suore che vivono nei luoghi di Cristo attorno al lago di Tiberiade, la tappa religiosa della visita israeliana di Bush. Una parentesi in un viaggio tutto politico, cominciato non casualmente in Israele, lasciata a metà giornata nello stesso modo in cui la visita era iniziata: con il saluto dell’intera dirigenza istituzionale israeliana sulla pista dell’aeroporto di Tel Aviv. Un saluto che, si sa già, è un arrivederci a maggio, quando Israele festeggerà i suoi difficili sessant’anni di vita, e Bush sarà lì. Come il migliore amico.

BUSH VORREBBE UN RISULTATO. ALMENO UNO

Bush vorrebbe la pace tra israeliani e palestinesi entro il 2008. Un accordo firmato entro la fine del suo mandato. Non tanto per chiudere in bellezza. Quanto per ottenere un risultato, uno almeno, in una regione, il Medio Oriente, dove solo pronunciare il suo nome, nella “strada araba”, suscita astio, rancore, odio. E il risultato, secondo la “visione” di Bush, si può ottenere solo lì dove c’è il più grande alleato degli Stati Uniti. L’Israele di Ehud Olmert, leader ritenuto debole soprattutto dal pubblico e dagli analisi di casa, che dovrebbe riuscire a far la pace con un altro leader molto debole, Mahmoud Abbas, il cui potere si estende solo su di una parte dei Territori palestinesi occupati.
Le leadership deboli, per Bush, non sono un ostacoli. Anzi, a quanto sembra è proprio la loro debolezza a far credere all’amministrazione americana che qualcosa si può raggiungere. Rompendo tabù e miti, come la Linea Verde e il diritto al ritorno dei profughi palestinesi. Olmert deve far la pace per rimanere alla guida di Israele, e allo stesso tempo sa che questo è il momento in cui Israele può ottenere il massimo possibile da un accordo. Abbas, anche lui, lega il suo destino politico alla pace, e solo gli Stati Uniti - pensa – possono aiutarlo a consolidare un potere ancora fragile sulla Cisgiordania, e magari a riconquistare il controllo di Gaza.
Il viaggio tra Tel Aviv, Gerusalemme, Ramallah, Betlemme ha, però, mostrato a Bush che anche le leadership deboli non possono abiurare a tutto, pur di firmare la pace. Ed è per questo che il suo viaggio in Terrasanta non poteva concludersi con un gesto eclatante, con un pezzo di carta firmato. Ma solo con molte buone intenzioni.
La pace tra israeliani e palestinesi, però, è solo un pezzo del domino mediorientale. Serve agli Stati Uniti per non sprofondare nella palude dell’Iraq, e per avere tempo e forza per occuparsi del vero dossier in ballo in questi mesi. Il nucleare iraniano. Di cui Bush si è occupato con i suoi alleati israeliani, che ancora premono per l’opzione militare. E di cui Bush si occuperà nel ramo arabo del suo tour mediorientale, cominciato ieri pomeriggio con l’arrivo in un altro paese tradizionalmente amico, il Kuwait che non dimentica l’altro Bush, il padre, quello che liberò il paese dall’occupazione irachena.
Nonostante la gratitudine, però, il Kuwait teme – come tutti i paesi del Golfo – l’opzione militare. Sarebbero i primi, gli emirati della Penisola, a pagare uno scontro bellico, mentre l’Iraq è ancora lontano dalla “pacificazione”. Per Bush, dunque, comincia la parte più dura del lavoro: convincere i paesi amici del mondo arabo che la pressione su Teheran deve continuare. Magari ora con diplomazia, sanzioni e isolamento, ma senza escludere altri strumenti. Lo deve dire ai dirigenti di Bahrein, Emirati, Arabia Saudita, Egitto. Tutti paesi dove l’antiamericanismo è un dato di fatto, e la critica durissima alla “visione” di Bush è talmente diffusa da essere scontata.

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