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IRAN, LA BATTAGLIA DELLE INTELLIGENCE 12/1/08

Paola Caridi

Sabato 12 Gennaio 2008
In realtà, si tratterebbe solo di un dettaglio. Un’informazione buona per gli studiosi e, soprattutto, per i topi di archivio, alla ricerca di materiale desecretato, come si dice in gergo. Israele aveva, nel 1974, “armamenti in fieri” di tipo nucleare, e una piccola parte era già stata “prodotta e immagazzinata”. Roba da storici, insomma. Ma poi non tanto, visto che le informazioni contenute nello Special National Intelligence Assesment, "Prospects for further proliferation of nuclear weapons", presumibilmente redatto dalla CIA, erano top secret. E sono state declassificate e dunque rese di dominio pubblico proprio mentre George W. Bush era in Israele, a parlare di Iran, di dossier nucleare, della strategia di contenimento israelo-americana nei confronti di Teheran.
Perché mai? Perché una tale tempistica nella pubblicazione di un vecchio documento d’archivio, si chiede Haaretz, che ieri pubblicava la notizia chiedendosi se questa decisione non fosse da mettere in relazione a un altro assessment sul nucleare. L’esplosivo rapporto NIE (National Intelligence Estimate) dello scorso dicembre, in sostanza, quello redatto da 16 agenzie di sicurezza, che ha costretto a ricalibrare le pressioni sull’Iran e congelare, almeno per il momento, l’opzione militare.
La tempistica, in effetti, ricorda molto le trame di libri alla Le Carrè, le battaglie tra spie, gli sgambetti tra intelligence, i dispetti che si sono sempre fatti, anche tra servizi di paesi amici. Il documento d’archivio, infatti, non esce solo a un mese di distanza dal rapporto NIE. Esce anche in contemporanea con un viaggio in gran parte “iraniano”, come la visita di Bush in Israele conclusasi ieri con una coda, prima allo Yad Vashem e poi a Cafarnao, sul lago di Tiberiade.
I bene informati, prima e durante la visita di Bush, hanno fatto sapere a più riprese – infatti – che uno dei punti cruciali nell’agenda degli incontri tra il presidente americano e gli alti dirigenti politici israeliani sarebbe stato non tanto il dossier iraniano, quanto le informazioni in possesso dell’intelligence israeliana sulla potenzialità nucleare di Teheran. Per alcuni, informazioni in linea con quelle contenute nel rapporto NIE, che diminuiva la portata del pericolo nucleare iraniano, fermando il perseguimento di un programma offensivo al 2003. Per altri, gli uomini vicini a Ehud Olmert contattati dallo Yediot Ahronot, il premier israeliano avrebbe presentato a Bush “informazioni classificate e aggiornate ottenute a rischio della vita” che mostrano che il pericolo iraniano aumenta ogni giorno che passa.
Informazioni dell’intelligence americana contro informazioni dell’intelligente israeliana. Tutte convogliate su Bush, in una battaglia a distanza che non è più di intelligence, ma politica. E per pura coincidenza, da oltre oceano, esce un documento che mostra che gli Stati Uniti sapevano da più di trent’anni del nucleare israeliano. Di per sé, non una notizia così sconvolgente, visto che di documenti declassificati sul nucleare israeliano è pieno, per esempio, un archivio prezioso e online come quello dei National Security Archives sul sito della George Washington University. E che la storia della cosiddetta “opacità” nucleare israeliana è contenuta nella ricerca più importante, Israel and the bomb, ormai sugli scaffali da tempo, condotta da Avner Cohen e pubblicata nel 1999.
Eppure, quel documento assume – che sia stato volontario o meno l’averlo desecretato proprio ora – il valore di uno sgambetto. E di una condotta che già il rapporto NIE aveva fatto emergere. Le agenzie di intelligence americane sono diventate oggettivamente un attore politico. Niente a che vedere, insomma, con il profilo tenuto soprattutto prima dell’attacco anglo-americano all’Iraq, quando proprio i documenti delle intelligence americane – branditi da Colin Powell al consiglio di sicurezza dell’ONU - furono usati come arieti per sostenere la necessità dell’invasione e della via bellica contro Saddam Hussein.
Il rapporto NIE dello scorso dicembre aveva fatto già comprendere che l’aria è diversa, ora, verso l’Iran. E che la decisione per un attacco militare deve essere solo e unicamente politica, senza avvalersi del bastone dei servizi di sicurezza. Il sottile scontro di questi ultimi due giorni aggiunge, però, un ulteriore ingrediente a una storia già di per sé avvincente. Che il confronto a distanza non è concluso, perché l’opzione militare non è stata del tutto esclusa dalla discussione.


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