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LA "VISIONE" DI BUSH 11/01/08

Il presidente americano chiarisce cosa vuole raggiungere prima della fine del suo mandato: cade la Linea Verde, indennizzo per i profughi palestinesi del 1948

Paola Caridi

Venerdi' 11 Gennaio 2008
Gerusalemme – Mano alle mappe, e al portafogli. La “visione” di George W. Bush per avere due stati democratici, Israele e Palestina, che vivono l’uno accanto all’altro in sicurezza, si gioca tutta tra carte geografiche e studi sugli indennizzi. Le carte geografiche dovranno essere studiate nel dettaglio, per definire i nuovi confini, che non seguiranno più la linea verde del 1967 e quella dell’armistizio del 1949. Il portafogli è quello che dovrà aprire la comunità internazionale per pagare gli indennizzi ai profughi palestinesi del 1948.
Bush jr. lo aveva già detto chiaro nell’aprile del 2005, quando il suo amico Ariel Sharon – l’uomo che gli aveva mostrato la Cisgiordania e le colonie israeliane nella visita che l’allora governatore del Texas aveva compiuto nel 1998 – si recò negli Stati Uniti, proprio per ottenere la flessibilità anche formale di Washington sulla questione dei confini. Ora, nelle dichiarazioni di ieri sera alla fine del suo viaggio tra Gerusalemme e Ramallah, il presidente americano rende la sua “visione” ancor più precisa: l’accordo si farà “su aggiustamenti concordati reciprocamente sulla linea dell’armistizio del 1949 in cui si riflettano le realtà attuali (leggi: le colonie israeliane in Cisgiordania) e si assicuri che uno stato palestinese sia praticabile e contiguo (leggi: la rimozione dei posti di blocco e dei piccoli avamposti dei coloni radicali, e – al massimo - la riprogrammazione di alcune strade separate)”.
Cade, definitivamente, il mito della Linea Verde, nell’ultima mediazione americana. Una necessità considerata persino nella piattaforma di Ginevra elaborata da Yasser Abed Rabbo e Yossi Beilin, ma resa più cruda nelle parole di Bush. Che anche su di un altro punto delicatissimo, quello dei profughi palestinesi della guerra del 1948, ha rotto un altro tabù, quando ha detto – sempre ieri sera in una Gerusalemme segnata da sorte di “zone verdi” inaccessibili – che la questione dei rifugiati deve essere risolta dal futuro stato palestinese. Un’affermazione complessa, che non racchiude il suo significato solo negli indennizzi ai singoli profughi che verranno con tutta probabilità pagati non da Israele, ma dalla comunità internazionale. Vi è l’altro corno della questione, che riguarda il probabile rientro di una parte dei rifugiati entro i confini del nuovo stato palestinese: un quadro che gli intellettuali israeliani e palestinesi favorevoli alla soluzione di “un solo stato” avevano previsto già da parecchio tempo, come un modo per modificare lo stesso significato del nodo dei rifugiati. Da questione internazionale a mero contenzioso tra due stati, Israele e Palestina.
Se Bush vuole, come ha detto, la fine dell’occupazione che dura dal 1967, questo non vuol dire – insomma - che Israele si ritirerà da tutti i territori che nella guerra dei Sei Giorni ha occupato. Lo sanno i due leader, Olmert e Abbas, che si sono mostrati entrambi contenti, di fronte alle telecamere, dell’appoggio di Bush, elogiato dall’uno e dall’altro governo. Ora lo sa anche chi ha pensato, prima e dopo Annapolis, che la mediazione americana portasse a una pace più vicina alle storiche risoluzioni dell’Onu. Che, a questo punto, perdono del tutto il loro valore.
L’ambiguità, nella “visione” secondo il fervente cristiano George W. Bush, rimane su Gerusalemme. “Questione dura”, secondo la sua definizione. Perché lì, su Gerusalemme, le posizioni israeliane si fanno ancor più intransigenti. E di quello che è Gerusalemme oggi, Bush ha avuto una timida percezione nel suo viaggio in macchina verso Ramallah (distanza in linea d’aria: 15 chilometri), sotto coprifuoco neanche virtuale per le misure di sicurezza attuate ieri mattina in occasione dell’incontro con Abbas alla Muqata. E poi nel pomeriggio, nel suo viaggio verso Betlemme (distanza in linea d’aria da Gerusalemme: dieci chilometri), dove Bush ha visto la Natività e poco altro, in una cittadina anch’essa completamente bloccata e tirata a lucido come non mai.
Gerusalemme è complessa. Ed è proprio a Gerusalemme che la geografia degli insediamenti israeliani dentro la parte orientale araba trova i suoi punti di più difficile soluzione, e le posizioni meno flessibili. Anche Bush ora deve averlo percepito. In molti, in questi giorni, gli hanno mostrato le “loro” mappe e le diverse legende a margine per interpretarle.

Leggi l'articolo anche sul Riformista



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