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L'intero governo, le istituzioni, i leader religiosi schierati all'arrivo di Bush. Che parla di Iran con il suo alleato

Paola Caridi

Giovedi' 10 Gennaio 2008
Nel gioco degli specchi, è difficile capire dov’è – se non la verità – almeno la realtà. Quando poi si usa il caleidoscopio mediorientale, è persino difficile capire dove si è. Scena prima: l’Air Force One atterra all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv alle 11 e 48 di ieri mattina. Dirette tv e, in pista, l’intera Israele politica ad accogliere Gorge W. Bush nella sua prima visita da presidente degli Stati Uniti: leader religiosi (sono stati i due rabbini, l’ashkenazita e il sefardita, ad aprire la lunga fila di chi ha omaggiato Bush), poi l’intero governo, l’opposizione, i rappresentanti delle altre fedi. Solo in Israele Bush jr. ha potuto godere di una simile accoglienza. Come se, oltre che l’inquilino della Casa Bianca, fosse per Israele come la regina Elisabetta per i paesi del Commonwealth.
Scena seconda: l’aria sonnacchiosa di Gerusalemme, e la rassegna stampa dei giornali israeliani. Timorosi di trovarsi bloccati dalla sicurezza (quasi diecimila poliziotti a governare la tre giorni di Bush), dai cortei dei Vip, dalle chiusure a singhiozzo delle strade, i gerosolimitani hanno cercato, per quanto possibile, di rimanere a casa, in una giornata decisamente uggiosa, tra freddo e minacce di pioggia. A lavorare, sono i diplomatici, i poliziotti, i politici. E i giornalisti, soprattutto quelli israeliani, nei talk show e nelle innumerevoli analisi accurate su cosa sia veramente venuto a fare Bush. E su cosa succederà ora che Hillary Clinton, la più decisa sostenitrice di Israele tra i candidati alle presidenziali USA, è riuscita a battere Barack Obama nel New Hampshire.
Lì, nel circo mediatico, la gioia, la deferenza, l’orgoglio che si percepiva sulla pista dell’aeroporto di Ben Gurion lascia il campo a un cinismo profondo. Un esempio per tutti: il durissimo attacco che Ben Caspit, editorialista politico di punta di Ma’ariv, ha lanciato dalle colonne del suo quotidiano, uno dei più ascoltati d’Israele. Bush non è un’anatra zoppa, è un “elefante zoppo”, e “noi israeliani siamo il suo negozio cinese”. “Il danno che Bush ha causato al mondo e agli Stati Uniti è eclissato solo da quello che ha fatto in Medio Oriente”, scrive Caspit. L’attacco è tutto alla strategia mediorientale di Bush: “la democratizzazione che sta continuando a cercare di instillare negli stati arabi sta mettendo a fuoco la regione”. Dall’Iraq sino all’Iran, il vero convitato di pietra di queste ore israeliane di Bush.
Strano. Per l’establishment politico israeliano, invece, è proprio la “visione” di Bush il cuore di un’accoglienza incredibilmente calda. Come se Bush fosse stato l’unico, strenuo, tetragono difensore dell’Israele di Sharon e ora di Olmert. Bush ha avuto ragione, dal 2001 in poi. Lo ha fatto capire Shimon Peres, nel suo primo discorso davanti all’Air Force One. E lo aveva detto lo stesso Bush nelle interviste rilasciate alla vigilia del suo tour mediorientale. La sua politica nella regione era ed è giusta, aveva detto ai due notisti politici dello Yedioth Ahronot. Tanto giusta che i contemporanei non l’hanno compresa e solo la storia le renderà merito.
Ma la Storia, per il momento comunque, può ancora attendere. Ora Bush deve portare a casa un risultato prima di cedere il proprio ruolo, ed è per questo che – pur avendolo evitato per tanti anni – ha deciso, alla fine del doppio mandato, di essere l’ennesimo inquilino della Casa Bianca che butta prestigio e fatica sul dossier israelo-palestinese.
Bush vuole essere però, almeno formalmente, solo il supervisore. Nessun incontro a tre, dunque. Nessuna riunione congiunta tra Bush e i due leader che dovrebbero arrivare a un accordo entro la fine del 2008, e la conclusione dell’amministrazione Bush. Ma intanto le pressioni americane hanno raggiunto un risultato: il meeting tra Olmert e Mahmoud Abbas di martedì, per dire che, sì, ci si occuperà dei “punti chiave” del negoziato. I soliti, da sempre: Gerusalemme, rifugiati, confini, colonie.
La questione israelo-palestinese, il faticoso percorso dei negoziati sono, però, solo il fondale del palcoscenico. In ballo c’è altro, in una visita, quella in Israele e in Cisgiordania, aggiunta all’ultimo momento nel tour mediorientale che – sino al recente cambiamento di programma – aveva come obiettivo soprattutto il consolidamento dei rapporti tra Stati Uniti e paesi del Golfo. Annapolis, ma soprattutto il rapporto NIE degli organismi di intelligence sul nucleare iraniano, hanno fatto riprogrammare il viaggio di Bush nella regione più calda della sua presidenza.
La priorità è una sola e indiscussa. La strategia verso l’Iran, da ricalibrare però dopo il rapporto del National Intelligence Estimate che ha avuto l’effetto di una doccia ghiacciata su chi già voleva scaldare i motori di una nuova operazione militare nella regione. E se qualcuno avesse nutrito dubbi sulla centralità del dossier iraniano, ci ha pensato il presidente Peres a chiarire subito dov’è la sostanza del viaggio di Bush. “Non sottostimare la minaccia iraniana”, ha ricordato Peres già alle primissime battute del suo discorso all’arrivo del presidente americano, ancor prima di accennare alla pace con i palestinesi.
Se l’Iran ha smesso di pensare al programma nucleare militare nel 2003, la via diplomatica è l’unica percorribile, sembrano dire molti paesi del Golfo, che hanno aperto canali importanti di comunicazione con Teheran, soprattutto nelle ultime settimane. E che non vogliono mettere in pericolo non solo gli equilibri politici e la pace, ma anche il redditizio momento economico del Golfo, dove il surplus di guadagni decretato dal caro-petrolio sarebbe invece messo a rischio dai venti di guerra verso l’Iran. La via diplomatica e delle sanzioni pare essere stata scelta anche da Bush, che su questo è stato molto preciso proprio di fronte all’audience israeliana. Sostegno “senza se e senza ma” a Israele, nel caso in cui l’Iran attaccasse. Ma gli USA, al momento, preferiscono di gran lunga la strada della pressione politica, perché il rapporto NIE ha tolto il casus belli dal dossier.
Certo, i casus belli sono sempre dietro l’angolo, come dimostra il caso dello Stretto di Hormuz di tre giorni fa. Ma il rapporto NIE sia stato fondamentale. Lo dice anche il risultato della riunione ad alto livello che il governo israeliano, assieme ai vertici militari e dell’intelligence, ha tenuto domenica. Le informazioni in mano a Israele sul nucleare iraniano collimano al 90% con quelle americane, secondo le indiscrezioni di fine riunione raccolte da Yediot Ahronot.
Tutti, insomma, sanno che ora più che mai il dossier iraniano è più importante di quello sul conflitto israelo-palestinese. Lo dice il percorso che seguirà Bush, dalla Giordania al Kuwait, assieme a Egitto, Emirati Arabi, Bahrein, Arabia Saudita. Lo dice soprattutto la nebbia che circonda la politica americana verso Teheran da dicembre a oggi. Israele vorrebbe diradarla, quella nebbia, visto che il suo assetto verso l’Iran di Ahmadinejad si è modificato solo di pochi gradi. E Bush invece – pur pensandola allo stesso modo sulla strategia del regime iraniano – sa che ora è necessario calibrare di nuovo il proprio arsenale. Politico e diplomatico prima ancora che militare.

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