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IL PESO DI CHIAMARSI BHUTTO 31/12/07

Profilo di Bilawal Zardari. Che da ieri si chiamerà solo Bhutto

A sinistra immagine di famiglia: Benazir coi figli Bilawal, Bakhtawar e Aasifa

Emanuele Giordana

Lunedi' 31 Dicembre 2007

Le grandi e potenti dinastie sono una sicurezza ma possono anche essere una maledizione. Aveva 26 anni Benazir Bhutto quando il papà Zulfikar venne appeso a una forca dal dittatore Zia ul-Haq. E a Benazir toccò diventare, controvoglia, la leader del Partito pachistano del popolo (Ppp), fondato da suo padre. Scelta obbligata e univoca, anche perché i due fratelli maschi - Shahnawaz nel 1985 e Murtaza nel 1996 – verranno uccisi in circostanze misteriose. Ma come era toccato a lei, primogenita della stirpe dei Bhutto, adesso è toccato a Bilawal, soltanto 19 anni ma già presidente del più importante partito pachistano. Così giovane da non avere l’età legale per essere eletto al parlamento dove, a rappresentare di fatto il partito, sarà probabilmente candidato a premier il vice di Benazir, Amin Fhaim, l‘uomo che ha rappresentato in Pakistan il Ppp mentre i Bhutto erano in esilio. Lo stesso uomo che era al suo fianco quando la leader tornò da quell’esilio e che era accanto a lei nell’ora della morte.
La decisione è stata presa dai vertici del partito a Naudero, la località dove la madre di Bilawal ha trovato eterno riposo accanto al nonno ZulfikarAli, nel profondo Sindh contadino, base elettorale dei Bhutto. Il padre di Bilawal, Asif Ali Zardari, eletto copresidente e che di fatto guiderà il partito e sarà il suo principale consigliere, ha preferito fare un passo indietro nonostante Benazir lo avesse indicato nel suo testamento politico come l’erede legittimo della missione politica dei Bhutto. Ha spiegato anzi che d’ora in poi suo figlio, Bilawal Zardari Bhutto, porterà solo il cognome della più famosa famiglia del Pakistan e di una delle più note dinastie dell’Asia.
Nella conferenza stampa immediatamente seguita alla decisione della leadership del partito, Bilawal ha tenuto un breve discorso in inglese. Viene da pensare che il suo urdu, la lingua principale del Pakistan, non sia così fluente per un ragazzo che ha passato la sua vita in gran parte a Dubai, ultima residenza di Benazir, e in Gran Bretagna dove sta studiando a Oxford, come suo nonno e come sua madre. Studi di scienze politiche per un ragazzo che ha passato in Pakistan quasi meno tempo che nei club londinesi e del Golfo. Bilawal legge le poche frasi in cui accetta di difendere l’unità del paese e alza gli occhi dal foglio solo per una frase ad effetto densa di significato: “Mia madre ha sempre detto che la democrazia è la miglior vendetta”. Già, vendetta. Quella che adesso sognano tutti i sostenitori, in aumento di ora in ora, del partito progressista fondato da Zulfikar Ali Bhutto nel 1967 e in seguito entrato nell’Internazionale socialista. Un partito da cui è passata tutta la famiglia Bhutto, da Benazir alla madre Nusrat (ancora viva e quasi ottantenne), e che qualcuno avrebbe voluto fosse consegnato nelle mani di un’altra donna della dinastia, Sanam, 51 anni, sorella di Benazir.
Bilawal, primogenito dei tre figli di Benazir e Zardari, è nato il 21 Settembre del 1988, un mese prima che Benazir venisse eletta primo ministro. Ma poi, quando non aveva ancora dieci anni, gli si sono subito aperte le porte dell’esilio volontario scelto dalla madre. Il diploma delle secondarie lo prenderà al liceo Rashid di Dubai, si dice con ottimi voti. Come il padre ama i cavalli e la caccia e, come ogni pachistano che si rispetti, gioca a cricket. Una passione anche per il taekwondo, un'arte marziale coreana basata principalmente sull'uso delle gambe, il cui nome significa "arte di tirare calci in volo e colpire di pugno". Saprà farlo adesso in un paese dove, come insegna la storia della sua dinastia, è sempre fondamentale stare sul chi vive? Saprà difendere, oltre alle due sorelle Bakhtawar and Aasifa, se stesso il cui nome significa “senza eguali”? E saprà soprattutto difendere la sua nazione che alla famiglia Bhutto ha finora riservato quattro morti violente e una catena di omicidi politici iniziata con la morte di Zulfikar Ali nel 1979? Nel 2004, ricordava ieri il sito online della Bbc, gli chiesero in un’intervista se intendesse scendere nell’agone politico. Una domanda di rito più che una previsione: “Non credo - aveva risposto l’allora sedicenne Bilawal – vedremo”.
Anche sua madre avrebbe preferito a quella politica un’altra carriera. Ma, come Bilawal, si chiamava Bhutto. A volte un nome pesa assai più dei desiderata personali e segna strade da percorrere che impongono scelte obbligate.


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