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TUTTI I GIOCHI ATTORNO ALLA "TERRA DEI PURI" 30/12/07

Come più di un osservatore sta facendo notare in questi giorni, un Pakistan stabile non solo è interesse del Pakistan stesso ma anche dei molti paesi che, fino ad oggi, ne hanno rimescolato la carte, interferendo pesantemente nelle dinamiche di un teatro fragile ed esplosivo. Una breve panoramica dei giocatori attono al tavolo

Nell'immagine, il presidente Musharraf

Em. Gio.

Domenica 30 Dicembre 2007

Quella del Pakistan, la “Terra dei puri” nata da una costola dell'ex Impero britannico nel 1947, non è solo una storia di delicati equilibri interni e di complessi rapporti tra popolazioni disomogenee e poteri forti spesso fuori dal controllo dello Stato. E' anche una storia di grandi appetiti scatenatisi all'indomani della frantumazione del Raj britannico e del potere di Sua Maestà nel subcontinente indiano.
Il “Grande gioco” reso famoso dal piccolo Kim creato dalla penna di Kipling, doveva conoscere una nuova evoluzione che si trascina fino ai giorni nostri. E se l'erede dell'impero zarista, l'Urss, strinse subito un patto di ferro con Delhi, gli eredi d'oltreoceano dell'Impero anglo indiano, gli americani, cercarono l'amicizia col Pakistan. Ma anche i cinesi, nel delicato equilibrio della guerra fredda, avevano puntato le loro carte sulla “Terra dei puri”. Carte che ancora adesso stanno giocando con ingenti finanziamenti, il più rilevante dei quali riguarda il porto pachistano di Gwadar nella turbolenta provincia del Belucistan.
Ma anche altri paesi guardano al Pakistan. L'India prima di tutto, terrorizzata da una cugina alle sue frontiere occidentali in possesso, come lei, dell'arma atomica. E con cui una lunga storia di contenziosi, a cominciare dal territorio del Kashmir, ha trascinato il paese in tre conflitti dichiarati, uno dei quali scoppiato con la secessione del Pakistan orientale, una malformazione geopolitica che aveva diviso in due la “Terra dei puri” originando in seguito la nascita del Bangladesh, sostenuta da Delhi.
Ma il Pakistan è attentamente osservato anche da occidente: dai paesi del Golfo, dove si dirige buona parte dell'immigrazione dal subcontinente, e dall'Arabia saudita, non aliena dal desiderio di utilizzare i servigi di Islamabad per la possibile futura costruzione dell'“atomica” musulmana, un progetto che pare non sia mai stato accantonato. Infine l'Iran, il grande paese che confina con la parte Sud del Pakistan e da cui Islamabad ha temuto il contagio, sulla sua minoranza sciita, dei fervori della rivoluzione khomeinista.
Infine, ma non certo l'ultimo dei problemi, l'Afghanistan. Per il Pakistan le terre afgane, in parte abitate da popolazioni simili a quelle delle sue aree tribali sul confine, ha sempre fatto parte della cosiddetta “profondità strategica” necessaria a costruirsi una retrovia nel caso di attacco dall'India. Inoltre per i pachistani, motivo per il quale crearono e allevarono negli anni Novanta il movimento talebano, era necessario controllare la grande via interasiatica che passa in territorio afgano e la strada che può portare il petrolio dell'Asia centrale verso il porto di Karachi. Ma a sua volta il Pakistan era diventato sempre più interessante per americani, sauditi ed europei durante la guerra contro l'invasione sovietica del paese dei mujaheddin, le cui basi stavano a Peshawar dove arrivavano tutti i finanziamenti alla resistenza.
Negli ultimi anni i rapporti con gli Stati Uniti si sono fortemente rafforzati e questo legame così stretto ha inasprito gli animi di molti pachistani e favorito il diffondersi delle ideologie islamiste benché il Pakistan moderno, probabilmente nella sua larga maggioranza, non è così attento a queste sirene minoritarie ma molto rumorose. Ma i finanziamenti di allora, e le sottili alchimie interne dei servizi segreti e dell'esercito che hanno più volte flirtato col radicalismo religioso, hanno complicato un quadro nel quale giocano, come si vede , fin troppi attori.
A complicarlo è arrivata anche l'opposizione americana al progetto di un consorzio tra Iran, Pakistan e India, cui sono interessati anche i cinesi, che dovrebbe portare l'energia dal Golfo alle affamate economie in crescita d'Oriente. Il “gasdotto della pace” sarebbe invece forse – non a caso si chiama così – un buon modo per distendere i rapporti tra paesi che, sovente, si guardano in cagnesco l'un l'altro o si appoggiano a vicenda a seconda delle convenienze. In buona sostanza, come più di un osservatore sta facendo notare in questi giorni, un Pakistan stabile non solo è interesse del Pakistan stesso ma anche dei molti paesi che, fino ad oggi, ne hanno rimescolato la carte, interferendo pesantemente nelle dinamiche di un teatro fragile ed esplosivo.

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