Amisnet, Agenzia Radio Comunitaria Campagna Supporto 2005 Amisnet


GLI ISLAMISTI BLOCCANO ISLAMABAD

Occhio per occhio, stupro per stupro

Edhi, il benefattore privato con un occhio alla cosa pubblica

PUGNO DI FERRO DOPO LAHORE

PAKISTAN, STRAGE A PASQUA

NUOVA STRAGE A SCUOLA IN PAKISTAN

IL GRANDE GIOCO IN PAKISTAN

LA GUERRA INFINITA DI PAKISTAN E AFGHANISTAN

Seymour Hersh e la morte di bin Laden

Giustizia per Malala ma non per tutti

L'"ERRORE" CHE HA UCCISO GIOVANNI LO PORTO

PESHAWAR, IL GIORNO DOPO

PESHAWAR, CRONACA DI UN MASSACRO

STRAGE DI WAGAH, NUOVI GRUPPI VECCHIE STRATEGIE 3/11/14

DOMENICA DI SANGUE A KARACHI 10/6/14

PAKISTAN, UN CROCEVIA PER MOLTI APPETITI 29/12/07

Breve storia di un parto geopolitico disgraziato avvenuto alla morte del Raj britannico nel 1947. Quella ferita tarda a rimarginarsi. Anche perché ognuno l'ha utilizzata per i suoi fini sfruttando una debolezza congenita

Nella mappa, l'area attuale di India e Pakistan prima della Partition quando erano entrambi parte del Raj britannico

Emanuele Giordana

Sabato 29 Dicembre 2007

Erano gli anni Trenta quando il filosofo e poeta punjabi Mohammed Iqbal pensò per la prima volta a una patria per i musulmani del subcontinente indiano. Uno studente indiano a Cambridge, Chaudry Rahmat, concepì contemporaneamente il nome di questa “Terra dei puri”, basato sulle iniziali – Pak - di alcune popolazione di una terra già individuata a occidente del Raj britannico. L'idea sarebbe morta lì se il Partito del Congresso indiano, in cui era prevalente la componente indù, non avesse spinto nelle braccia degli ideali secessionisti Mohamed Ali Jinnah, un musulmano laico e socialista che preferiva, dicono le cronache, lo chablis al burqa che, in quegli anni, dominava anche oltre la frontiera afgana.
Così nel '47, bagnato da un mare di sangue, si consumò uno dei più grandi esodi della storia e nacque il Pakistan con il beneplacito di Londra che, riottosa a dividere la perla del suo impero, alla fine aveva fatto come Ponzio Pilato e utilizzato il righello del giurista Cyril Radcliffe per dividere il Punjab tra i due nuovi stati. Il fatto è che quella riga era tanto imperfetta quanto quella tracciata alla fine dell'800 da sir Mortimer Durand per dividere le regioni occidentali del Raj dai territori afgani. Il Pakistan nacque dunque appoggiato su due frontiere calde come la brace che scalda le spade nella fucina di un diavolo: a Ovest la Durand Line divideva in due i territori dei pashtun, un popolo di guerrieri che a tutti gli effetti erano più afgani che pachistani. A Est divise la “terra dei cinque fiumi”, il Punjab, creando contenziosi di proprietà e regime delle acque e segando in due l'identità di un popolo separato in nome del Corano e delle Upanishad.
Con questo fardello sulle spalle, una nazione da costruire dove, si narra, i funzionari avevano le scrivanie ma non le macchine da scrivere, nasceva uno stato disgraziato, frutto di un'alchimia politica che aveva partorito anche un mostro geopolitico: il Pakistan orientale, costola bengalese di quello occidentale - più grande e agguerrito – in cui si produsse una guerra secessionista che, con la nascita del Bangladesh (appoggiata da Delhi), sancì definitivamente l'odio tra pachistani e indiani. Come se non bastasse, c'era la questione del Kashmir, un territorio abitato da musulmani con un raja indù che aveva optato per l'India. Altra piaga purulenta in grado di produrre due guerre ufficiali e numerose altre più piccole (l'incidente di Kargil) e tutt'ora in corso.
Come se non bastasse, i due nuovi stati aveva acceso una serie di appetiti nei paesi vicini che, con il bilancino della guerra fredda in una mano e il ricatto degli investimenti nell'altra, correvano a dividersi quel pezzo d'Asia partorito dalle ceneri dell'Impero di sua maestà. La Cina corteggiò il Pakistan. L'Urss abbracciò l'India. Gli americani scelsero Islamabad per fare i conti con Mosca e bilanciare, stringendo l'Afghanistan nell'abbraccio mortale di due alleati (l'Iran a occidente e il Pakistan a Oriente), l'influenza che l'Urss cercava di esercitare su Kabul che, un bel giorno, decise di invadere.
Il resto è storia di oggi in un valzer di vecchie e nuove alleanze. Ed è di nuovo l'Afghanistan il nodo del grande gioco del XXI secolo. Se lì si gioca per gli Usa la partita del riscatto post 11 settembre, per Islamabad le montagne e le pianure afgane restano il retrovia della cosiddetta teoria della “profondità strategica”, che fa dell'Afghanistan il backstage di una possibile guerra con l'India. Ecco perché l'alleanza con Musharraf è un frutto avvelenato, giocato sulla frontiera porosa della Durand Line da cui passano talebani e neo talebani. Ma altri elementi si aggiungono al gioco: l'Iran, che in Afghanistan vede un obiettivo strategico se gli Usa invadessero la Persia; la Cina, che continua a giocare la carta pachistana con imponenti finanziamenti nella città portuale di Gwadar in una provincia, il Belucistan, attraversata da fermenti secessionisti; l'India che non smette di guardare a Islamabad con sospetto e che teme ogni sovvertimento del quadro politico pachistano; l'Arabia saudita coi suoi progetti mai sopiti di un investimento nel nucleare di cui Islamabad potrebbe essere un buon fornitore. E la Russia, che guarda con interesse a nuove forme di controllo sulle rotte dell'energia una delle quali, il cosiddetto gasdotto della pace, parte da Teheran per arrivare, via Pakistan, fino in India e in Cina.
Tutto ciò racconta dell'importanza strategica degli 800mila kmq di un paese affacciato sui mari caldi, appoggiato alle vette dell'Himalaya e al confine tra il mondo persofono e quello indiano. E racconta anche di quanti giochi si fanno attorno a questo figlio minore del Raj. Giochi non meno puliti di quelli che, in queste ore, si azzardano nelle stanze segrete di Islamabad. Forse, gran parte del dramma che attraversa il Pakistan, andrebbe cercato anche in altre capitali. Un accordo tra i grandi padrini sanerebbe molte ferite. Non solo tra i figli del paese dei puri.

Anche su il manifesto



Powered by Amisnet.org