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BHUTTO, UNA DINASTIA SEGNATA DALLA MORTE VIOLENTA 28/12/07

Prima il padre, Zulfikar Ali, poi i due figli maschi Murtaza e Shahnawaz. Infine, ieri, la figlia prediletta, Benazir, uccisa da un kamikaze. Storia di una famiglia pachistana e di un partito segnati da mezzo secolo di violenza politica

a sinistra una rara immagine di Zulfikar Ali e la figlia Benazir (in mezzo Indira Gandhi) sulla copertina di uno dei tanti libri scritti dal fondatore del Ppp

Emanuele Giordana

Venerdi' 28 Dicembre 2007

La famiglia Bhutto fa parte di una dinastia con le stimmate della morte violenta. Era ancora giovane Benazir, classe 1953, quando suo padre venne appeso a una forca dal dittatore militare Zia ul Haq. Zulfikar Ali Bhutto era stato il creatore del Partito pachistano del popolo (Ppp) che, anni dopo, ancora riconosceva in Benazir il segno del padre fondatore al cui attivo c'è uno dei pochi periodi in cui un premier in abiti civili sia stato al potere in Pakistan. Zulfikar muore nel 1979 dopo una lunga prigionia e la famiglia si organizza. E' il figlio Murtaza a guidare dall'esilio la rivolta. E quando il generale Zia muore e il suo carisma di protettore dei diritti civili gli vale una nomina nel parlamento di una delle province del paese, torna. Ma nel 1996, mentre Benazir guida il paese al suo secondo mandato, viene ucciso in circostanze misteriose. Le sue guardie del corpo non sparano. Spara la polizia che lo uccide. Nel 1985 tocca invece a Shahnawaz, lui pure entrato in politica seguendo le orme di padre e fratelli. Viene trovato morto nella casa di proprietà che possiede sulla riviera francese.
Ieri è toccato a lei, a Benazir, la donna che per due volte – dal 1988 al 1990 e dal 1993 al 1996 - ha guidato il Pakistan come premier e che ha saputo tenere in piedi un partito diviso, dimezzato dalle defezioni, continuamente bistrattato dai vari regimi al potere. Riesce a farlo dall'esilio, una stagione che, con il carcere, accompagna la sua vita politica.
La dinastia dei Bhutto affonda le sue origini nel Sindh, una provincia del Sud di possidenti terrieri che può contare su un potente feudo urbano nella città portuale di Karachi. E' qui la base del partito che però riesce a imporsi anche nel Punjab, la provincia più ricca e quella che fornisce, oltre alle braccia per un'agricoltura fiorente, anche gli imprenditori e la classe media che affolla il secondo potere del Pakistan – l'esercito – e il terzo, costituito dalla categoria dei civil servant, i funzionari pubblici di una macchina burocratica vasta e spesso inefficiente che è in parte ancora il retaggio dell'eredità coloniale britannica. Il Ppp dei Bhutto è un partito laico e, soprattutto, portatore di valori liberal socialisti. Piace alla classe media ma anche ai contadini. E' per formazione e vocazione decisamente schierato contro ogni ipotesi di governo militare. I nemici del partito e dei Bhutto, si dice, si annidano lì.
Lei matura fra solidi studi e belle frequentazioni ad Harvard e Cambridge. Forse non vorrebbe entrare in politica ma la storia di famiglia la obbliga a farlo. E' bella e brillante e presto diventa una martire. Se suo padre viene impiccato a lei toccano cinque anni di prigione. Papà muore mentre lei è agli arresti. Poi l'esilio, a Londra, dove lavora contro il regime di Zia che sfida apertamente tornando in Pakistan prima che il dittatore muoia in un attentato nel 1988. Lei è tornata a casa nell'86 e può contare su un rientro trionfale anche se alternato ad altri soggiorni in carcere. Ad accoglierla c'è quasi un milione di persone, cinque volte di più dei supporter che l'hanno accolta, due mesi fa, al suo rientro da Dubai.
Alla morte di Zia vince le elezioni del 1988 e diventa premier il primo dicembre di quell'anno. Ma ha solo 36 anni e non ha la forza né la capacità di gestire gli equilibri complessi lasciati in eredità da Zia. I prezzi vanno alle stelle, la piazza ribolle, le riforme languono, il suo stesso partito, a livello locale, la ostacola. Dopo venti mesi il suo governo viene sciolto e lei e il marito accusati di malversazione. Benazir tornerà premier nel '93 ma anche questo è un periodo buio. Si potrebbe dire che si sceglie lei perché non c'è niente di meglio e il suo storico rivale, Nawaz Sharif, pupillo di Zia e spregiudicato giocatore nelle alchimie del consenso islamista, ha già dato una pessima prova di sé. Ma il suo secondo premierato non racconta grandi successi: segna l'epoca in cui il Pakistan crea e finanzia la nascita dei talebani che conquistano Kabul nel 1996 e che son dunque anche creature di Benazir. In quell'anno Benazir è di nuovo nella polvere e torna in auge Sharif. Ma l'arrivo di Musharraf, al potere dal '99 con un colpo di stato incruento, segna poi per entrambi, definitivamente, la via dell'esilio. Lui va a Londra, lei è a Dubai, dove vive coi tre figli. Mantiene il profilo e ha la forza di resistere alle profferte del dittatore che nel 2002 offre al suo partito di guidare il governo. Resiste ma negli anni decide di negoziare il suo ritorno reso possibile, nell'ottobre del 2007, da un accordo con Musharraf, benedetto da Washington, che le garantisce un rientro sotto l'ala di un'amnistia che cancella ogni accusa. Ma subito tutto si complica: il suo ritorno è turbato da un primo attentato e dalla scelta del generale presidente di imporre lo stato di emergenza. Poi in qualche modo tutto sembra appianarsi di nuovo in nome di elezioni trasparenti. L'ambiziosa signora del Sindh è ormai vicina alla poltrona di premier. Forse anche Musharraf è d'accordo. Ma qualcuno ha deciso di far saltare il banco e di farla uscire di scena.



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