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LA PROVINCIA RUSSA, AL CINEMA 25/12/07

Scompare la grande idrovora Mosca dalla mappa del paese tracciata sugli schermi di Saratovske Stradanija (15-20 nov), unico appuntamento in Russia dedicato esclusivamente al documentario. Che dalla provincia racconta la provincia, lontana dai fasti come dalle inquietudini putiniane. Tra i premiati c'è anche un italiano (foto di S. Missio).

Lucia Sgueglia

Martedi' 25 Dicembre 2007
Tribù autoctone che parlano una lingua incomprensibile ai concittadini, villaggi immersi nella taiga dove i confini tra diritto e sopravvivenza si estinguono col crollo dell’Impero, la condizione femminile in una società tornata prepotentemente machista, la piaga dell’Aids in crescita esponenziale, la guerra in trincea sulle frange geografiche estreme che diventa lotta contro lo smarrimento identitario post-sovietico. Costantemente sul crinale tra appartenenza ed estraneità. Scompare la grande idrovora Mosca, solitamente al centro d’ogni discorso sulla Nuova Russia, dalla mappa del paese tracciata sugli schermi di Saratovske Stradanija (‘Sofferenze di Saratov’), Quarto festival internazionale cinetelevisivo del Documentario Drammatico (15-20 novembre), l’unico appuntamento in Russia, dove oggi fioriscono i festival di cinema, dedicato dal 2003 esclusivamente al genere documentario. E l’idea di raccontare un’altra Russia, lontana dai fasti come dalle inquietudini putiniane, nasce non a caso in provincia, sulle rive del Volga che fu culla della Russia multiculturale oggi in via di estinzione. Non nella Russia profonda ma comunque lontana dalle frenesie metropolitane. In concorso opere da Cina, Austria, Ungheria, Israele, Estonia, Azerbaijan; nella giuria anche un iraniano; ma è dalle realtà regionali della Federazione che vengono la maggior parte dei lavori, spesso fioriti negli ottimi laboratori del giornalismo televisivo locale. E la provincia raccontano: quel margine che, a dispetto delle politiche accentratrici del Cremlino, qui come in tanti festival dell’est ex comunista, mostra ancora segni marcati della deriva post-sovietica, specie nella generazione che ne ha ancora memoria. Protagonisti, i derelitti del neocapitalismo che la nuova Russia nasconde - donne, anziani, disoccupati, sieropositivi, handicappati.

Dopo le sperimentazioni anni Novanta, domina il realismo. Persino il naturalismo, con l’immenso spazio selvaggio che circonda la capitale a occupare la scena. “In città dovranno presto comprare ossigeno in galloni, qui possiamo respirare liberamente” ironizza un personaggio di Volja-Nevolja (Un-freedom-Liberty Captivity, 2006) di Andrei Titov, 33 anni, da Ekaterinenburg (una delle tante “città chiuse” per decenni in epoca sovietica), ex autore di doc per la tv locale. E’ la storia dell’insediamento di New Vagil, negli Urali, dal dopoguerra sede di 2 colonie penali su cui l’intera città viveva: con la fine dell’Urss vengono chiuse entrambe, la cittadina si spopola diventando luogo fantasma che lo Stato abbandona senza ospedale, elettricità, acqua, riscaldamento, scuole. Chi resta, gli ex secondini, finisce per convivere fianco a fianco con gli ex detenuti, in uno strano mondo regredito al pre-civile, riconquistato alla selvatichezza. Spiega un abitante: “Quando eravamo giovani vivevamo nel buio. Ora da vecchi ci troviamo di nuovo in questo stato. Se hai più di 60 anni il medico non viene nemmeno a visitarti quaggiù, mia moglie è morta così”. Un altro: “Volevano insegnarci libertà e democrazia. Così hanno aperto i cancelli delle prigioni. Ma tutto ciò che c’era intorno era deserto”.

Una Russia addirittura arcaica, immune dal boom economico-energetico, che fa appello al mito e al fiabesco seppur ironicamente tradotti, è quella del lavoro presentato fuori concorso dal giurato Aleksei Fedorchenko, rampollo di una delle più celebri famiglie di cineasti del paese: viaggio tra le antiche tribù indigene della repubblica dei Mari (dalle parti della musulmana Kazan), che conservano lingua, culti, usi e costumi alieni alla Russia moderna. Come nell’esordio di Pervye na lune del 2005 (falso racconto del programma spaziale sovietico “sconosciuto” che avrebbe spedito il primo uomo sulla luna nel 1938) si muove tra docu-fiction e mockumentary. Spiazzato il pubblico in sala: la scelta di non usare sottotitoli lascia perplessi, le persistenze nomadiche e irrazionalistiche fuori dalla cultura ufficiale choccano la nuova classe medio-borghese e urbanizzata.

È invece la tragica realtà del conflitto a irrompere in Istoria Ljudei v Voinne i Mire (Storia di uomini in guerra e in pace, 2006) di Vardan Hovhannisyan, fondatore della attivissima Bars Media di Yerevan che riunisce documentaristi indipendenti spesso supportati da fondi e progetti Ue. La guerra del Nagorno-Karabagh, uno dei primi sintomi del collasso dell’Urss, raccontata in presa diretta dal regista, giornalista di guerra, cameraman ed ex combattente e prigioniero su quel fronte. Incipit in piena trincea, colori tetri avvolti nella nebbia in 4:3, un soldato chiede al cameraman-commilitone di registrare un messaggio per suo figlio mentre gli spari risuonano nelle vicinanze. Morirà poco dopo, davanti alla telecamera. Taglio, presente. Dopo 10 anni Hovhannisyan decide di andare a cercare i suoi ex compagni di lotta, e raccontare cos’è successo al paese per il quale hanno lottato: “storie di gente comune precipitata in una guerra feroce”. Qui si gira in 16:9, giustapponendo con le riprese di guerra di 10 anni prima. L’ambizione alta di offrire uno sguardo equidistante che mescola aggrediti e aggressori, pur osservando dal lato armeno una guerra in cui Mosca si schierò con Baku.

Dall’attenzione per la fenomenologia “post” nasce anche La Repubblica delle trombe, autoproduzione di Stefano Missio (ideatore del sito www.ildocumentario.it) e Alessandro Gori, unico lavoro italiano selezionato, Premio Speciale "per il Talento". Nella Serbia del dopo-Milosevic, il festival di Guca (dal 1961 popolare competizione per orchestre di ottoni, oggi la maggiore in Europa) diventa pretesto non scontato per raccontare difficoltà e contraddizioni della rinascita del paese dopo le guerre degli anni ’90, ove le ambiguità della ricerca identitaria post-jugoslava si saldano con politica e attualità (il film è stato girato nell’arco di 5 anni dal 2001, di mezzo l’assassinio dell’ex premier Dindijc).

Il premio principale va all’austriaco G. I. Hauzenberger per Beyond the Forest - Life in a dying Culture in Transylvania, 2007, complesso intreccio di biografie e grande Storia. Piccole storie e piccole biografie socialmente esemplari tornano in Russkaja Zhenshina Svetlana Sidorova (2007) di S. Soboleva, testimonianza asciutta del destino di troppe donne russe d’oggi: lavoro duro, marito alcolista, figli a carico, solitudine. Come in Derevenskij Fotograf di A. Pogrebnoy, un fotografo di villaggio che dopo la morte della moglie rifiuta di usare l’obiettivo.

Un panorama compatto per stile e soggetti, una tendenza al reale che comincia ad affacciarsi anche nei lungometraggi dopo anni di blockbuster e fuga nel fantasy: “Storie normali di gente normale”, così si autodescrive Prostye Veshi (Cose semplici) di Aleksei Popogrebsky, appena uscito e ripresentato proprio qui, che sta incontrando fortuna ai botteghini.

Completa il festival, per iniziativa del Göethe Institut locale (ricordo dell’antica presenza tedesca nella regione, ante Hitler), una rassegna di cortometraggi firmati da Veit Helmer, wessi generazione ’68, collaboratore di Wenders ne I fratelli Skladanowsky: geniali i primissimi del 1989 (tra cui Tour d’amour con Beate Jensen e Dominique Horwitz) piccoli capolavori di humour e stile all’intreccio tra pubblicità, dada, grafica e illustrazione.

Su Alias di sabato 22



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