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La rubrica sul continente asiatico curata da

Claudio Landi

Mercoledi' 19 Dicembre 2007

1.TOKIO. IL DOPO-BALI

Bali non è neppure finita, ma Tokio è già pronta all'azione. Il Giappone pur essendo all'avanguardia nella lotta all'inquinamento di Kyoto, negli ultimi tempi aveva fatto registrare alcuni ritardi. Ora, probabilmente, Tokio ha deciso di darsi nuovamente da fare.

Il ministro dell'ambiente del governo Fukuda ha infatti annunciato che, con apposita normativa, aumenterà il numero delle aziende e delle imprese che dovranno ridurre le loro emissioni di gas serra nell'atmosfera. Si tratta di un piano molto importante, secondo la stampa nipponica che non casualmente prevede una forte contestazione da parte della comunità imprenditoriale. Si attendono anche le osservazioni del potente Ministero dell'Industria e Commercio, ma il governo Fukuda sembra fare sul serio per ridurre la quota giapponese nelle emissioni dei gas serra.

Ogni azienda infatti dovrà dar conto delle sue emissioni; se ha attività produttive di piccole dimensioni potrà darne conto assommando le emissioni delle diverse piccole produzioni; le imprese fedifraghe all'inizio saranno 'riprese' dall'amministrazione governativa e indicate al pubblico come inquinatrici, poi dovranno subire le sanzioni dello stato.

Il decreto del ministero dell'ambiente ovviamente non è ancora legge: si attendono come abbiamo detto eventuali osservazioni di altri ministeri e poi toccherà al Parlamento, nella prossima sessioni di lavori a gennaio, varare il piano antiemissioni del ministro. La battaglia è appena iniziata.

2.COREA DEL SUD. IL DOPO-ROH

Oggi si vota in Corea del sud, uno dei paesi più importanti e dinamici della dinamica Asia nordorientale. La Corea del sud, ormai, dal punto di vista della crescita e della tecnologia, ha ben poco da invidiare alle avanzate economie europee.

Oggi i cittadini della ROK (Republic of Korea) devono scegliere il nuovo inquilino della Casa Blu', la sede storica della presidenza della Repubblica. Insomma devono scegliere il successore di Roh, il presidente progressista che in questi anni ha condotto il paese al dialogo con i cugini separati e comunisti del nord e che ha sfidato i neocon radicali dell'amministrazione Bush con la 'sunshine policy', poi di fatto accettata anche dalla Casa Bianca con il recente accordo sul dossier nucleare nordcoreano.

I progressisti, con Roh e con il suo predecessore, di fatto per quasi due decenni, hanno guidato il paese dalla Presidenza della Repubblica, ma ora, secondo tutti i sondaggi, sono in procinto di perdere questa egemonia politica. La disaffezione della pubblica opinione e dell'elettorato giovane (la Corea del sud è una democrazia molto vivace e molto giovane, dove la mobilitazione politica è largamente affidata al movimenti e ai siti on line e dove è molto forte la politica diremo noi 'alternativa' o 'girotondina') è però molto diffusa anche a causa della corruzione e delle commistione di interesse fra sistema politico e mondo delle grandi conglomerate imprenditoriali (i mitici chabeol).

Il 'vecchio' partito di Roh, Ury Party, si è sciolto: la nuova formazione del campo progressista, 'United New Democratic Party', ha presentato come suo campione l'ex ministro dell'unificazione Chung Dong-young (nell'immagine), ma le sue quotazioni non sono molto alte. Nonostante i recenti vertici ed accordi intercoreani: è infatti chiaro che questa intensa attività diplomatica e politica fra le due Coree a ridosso delle elezioni presidenziali da parte dell'amministrazione progressista di Roh ha rappresentato anche un tentativo di riconquista di consensi nella pubblica opinione giovane del paese.

Ma come dicevamo, le quotazioni di Chung non sono altissime: il candidato del partito conservatore, il Grande Partito Nazionale, l'ex sindaco di Seul, Lee Myung-bak, (detto MB Lee), è decisamente favorito, con un vantaggio sul progressista di oltre 20 punti (qualche sondaggio parla di 30 punti). MB Lee però deve vedersela da un lato con le possibile conseguenze di uno scandalo che lo ha visto recentemente come protagonista (l'ennesimo della serie, piuttosto lunga, nella storia dei rapporti delicati politica-industria a Seul, come abbiamo appena detto); dall'altro lato deve vedersela con la concorrenza elettorale di un altro Lee, Lee Hoi-chang (detto HC Lee), un ultraconservatore che potrebbe togliergli voti importanti da destra.

MB Lee infatti, pur essendo il candidato del Grande Partito Nazionale, è un moderato che, ad esempio, dovrebbe continuare nella sostanza la 'sunshine policy' delle amministrazioni progressiste. Quindi non può non temere le concorrenza di un candidato di destra. Oggi comunque sapremo se MB Lee è davvero riuscito a conquistare il primo posto nella corsa alla Casa Blu' con il distacco di cui parlano i sondaggi o se, invece, avremo qualche sorpresa elettorale.


3.OCCHIO SULLA MALAYSIA, PAESE IN TRANSIZIONE. PRIMA PARTE

La Malaysia, paese dragone del sud est asiatico, caratterizzato da eccellenti tassi di sviluppo ora è afflitto anche da una seria crisi sociale e politica. Da qualche settimana, infatti, a Kuala Lampur, capitale della federazione, si susseguono manifestazioni e proteste. Una delle più importanti, con 30mila manifestanti al seguito, è stata organizzata lo scorso 25 novembre da una organizzazione della comunità indiana.

Qui è necessaria una premessa: la Malaysia, ex colonia di Sua Maestà britannica, è una federazione, con tre etnie particolarmente influenti al seguito, l'etnia malese o malay, di religione musulmana, maggioritaria (60 per cento della popolazione, 27 milioni di uomini e donne), l'etnia cinese, di filosofia confuciana o sincretistica, dominante nel mondo economico (25 per cento della popolazione della federazione), l'etnia indiana-tamil, di religione indù (7,8 per cento della popolazione, i figli degli immigrati portati dall'India dagli inglesi per le coltivazioni negli insediamenti degli Stretti). Dall'indipendenza in poi, la federazione della Malaysia è governata dal Fronte nazionale, coalizione composta da vari partiti rappresentativi delle tre etnie, guidata dall'UMNO, il partito dell'organizzazione nazionale unita malese, dell'etnia omonima. Nel 1969, gli scontri intercomunitari fra malesi e cinesi (i malesi contestavano la forte posizione economica della comunità mercantile cinese; i cinesi da secoli sono la borghesia dei commerci nei paesi del Sudest asiatico) imposero un forte cambio politico: l'UMNO varò la NEP, la Nuova politica economica, ovvero l'agenda dell''azione affermativa' a favore della maggioranza malese: l'obbiettivo di questa Nep era il raggiungimento dei vertici del potere e delle attività economiche e imprenditoriali da parte dell'etnia malese, con l'aiuto e l'assistenza, l'azione affermativa per l'appunto, delle iniziative statali. Mahatir Mohamed, a lungo primo ministro della federazione, dotò il paese e il suo partito di una 'Nuova visione', considerata più adatta al nuovo secolo in arrivo. Mahatir, premier che ha condotto il paese fuori dalla tempesta della crisi finanziaria del 97, è però considerato da molti un autoritario: il modo con il quale distrusse la carriera politica del suo viceprimo ministro Anwar, vicino alle posizioni del Fondo monetario internazionale, conferma l'autoritarismo del dottor Mahatir: Anwar, quando esplicitò la sua opposizione alla politica fortemente statalista dell'allora primo ministro, fu accusato di attività eversive e di 'sodomia' (di attività omosessuali), prima costretto alle dimissioni, poi spedito in carcere. Anwar sarà liberato dalle patrie galere solo con l'ascesa al potere del nuovo primo ministro, Badawi, attuale leader dell'UMNO e della federazione.

Ora questa politica dell'azione affermativa' a favore dell'etnia malese è giunta a un punto molto critico. Ma prima di passare a qualche analisi, vediamo i fatti, ovvero le ultime notizie provenienti da Kuala Lumpur: come abbiamo detto, da novembre, in Malaysia si sono tenute almeno tre grandi manifestazioni di massa. Quella del 25 novembre, organizzata da un gruppo di attivisti della comunità indiana, è stata vista in modo alquanto negativo dalla élite dirigente malese: 31 attivisti indiani promotori o partecipanti alle proteste, sono stati accusati e incarcerati in base all'Internal Security Act, la legge per la sicurezza interna, ereditata dal governo malaysiano dalla amministrazione coloniale britannica, che consente la detenzione senza processo per gli accusati di attentati alla stabilità e alla sicurezza nazionale. Le accuse agli attivisti indiani hanno scatenato ulteriori proteste e mobilitazioni. In Malaysia e fuori della federazione: i cittadini di etnia indiana-tamil infatti sono immigrati dall'India e non sono pochi i militanti indiani che chiedono al governo di Delhi misure di ritorsione contro Kuala Lumpur. Insomma la crisi politica e sociale malese ha assunto aspetti preoccupanti anche a livello internazionale.

Ad essere preoccupata non è solo l'India, per i problemi riguardanti i cittadini malaysiani di etnia indiana. Anche gli Stati Uniti iniziano ad essere preoccupati. Per diverse ragioni, come vedremo: in primo luogo per l'importanza strategica del paese, dominatore degli Stretti di Malacca, l'arteria marittima chiave per le rampanti economie del Far East; in secondo luogo, per il carattere della Malaysia come paese musulmano fino ad ora moderato. Fino ad ora. (continua).



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