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Dopo il malore in diretta tv, si riapre il totopresidente in Egitto

Paola Caridi

Venerdi' 21 Novembre 2003
Stavolta i medici sono stati irremovibili. Nessun discorso per Hosni Mubarak, ieri, a una premiazione considerata una delle occasioni sociali più importanti dell’anno per il presidente egiziano. Mubarak ha ancora l’influenza, insomma. La stessa che mercoledì lo aveva fatto venire meno in diretta tv, mentre si stava rivolgendo al parlamento riunito dopo la lunga chiusura estiva. Quale che sia la verità sulla salute di Mubarak, il vero problema è che il campione del moderatismo arabo ha mostrato per la prima volta in 22 anni una debolezza fisica che, per alcuni versi, rispecchia la debolezza del suo regime in questi ultimi mesi. Una debolezza prima economica, segnalata dalla svalutazione della lira egiziana, che alla fine di gennaio – dopo una serie di deprezzamenti programmati – è stata lasciata libera di fluttuare. E ha drasticamente ridotto il potere d’acquisto, sia di quella piccola parte di borghesia produttiva sia di quella larga parte di poveri e meno abbienti. Un fascia, quest’ultima, che ora, soprattutto in tempo di ramadan, non sa come mangiare perché i prezzi di alcuni beni essenziali sono aumentati. E le tessere annonarie con cui lo Stato egiziano calmiera la miseria non è detto che, anche stavolta, riescano a frenare le tensioni sociali.
Privatizzazione al rallenty, poca liberalizzazione, corruzione presente a tutti i livelli. E il sostanzioso aiuto americano che aiuta il governo più fedele agli Usa di tutto il mondo arabo. Anche l’Egitto, non solo Mubarak, ha l’influenza. E non da oggi.
Quello che più preoccupa, però, sono i segnali di debolezza politica del presidente e del suo entourage. Un presidente che si muove, come tutta la dirigenza, grazie a misure di sicurezza altissime, per le minacce del terrorismo islamico. Ma che, anche per questa distanza fisica, sembra sempre più lontano dal consenso sociale. Nel marzo scorso, quando ci furono proteste violente di piazza contro la guerra in Iraq, un enorme poster con l’effigie di Mubarak fu fatto a pezzi di fronte al museo Egizio. Mentre gli slogan di piazza non furono solamente contro Bush, ma anche contro il regime.
Da allora, dalla primavera scorsa, è apparso chiaro che la riforma politica non era più rinviabile. E così lo NDP, il partito di maggioranza, quello dello stesso Mubarak, si è messo di buzzo buono per cercare di gestire la svolta. Ad assumere un ruolo di primo piano, Gamal, il figlio del presidente, la faccia nuova del potere. Quarantenne, un passato alla Bank of America e una laurea all’American University del Cairo, Gamal ha cominciato da tre anni la sua carriera politica. E ora, al capo di un organismo dello NDP deputato alla riforma, è colui che dovrebbe svecchiare il regime e aprire il passo ai giovani, businessman e molto vicini agli americani.
Lo considerano tutti l’erede di Hosni. Anche se sia lui sia il padre smentiscono che l’Egitto stia diventando una repubblica ereditaria com’è la Siria di Bashar el Assad. Come che sia, però, è Gamal l’uomo su cui tutti gli osservatori puntano lo sguardo. Soprattutto quando il padre ha un malore.
D’altro canto, a rinfocolare un gioco di società come quello del totopresidente è lo stesso Mubarak, che in 22 anni non ha mai designato un vicepresidente. Un fatto, questo, che l’estate scorsa ha spinto un avvocato molto conosciuto come Essam al Islambuli a citare in giudizio Mubarak proprio perché non ha creato un suo vice. Per legge, a succedergli in caso di morte o di inabilità al potere sarebbe Fathi Sorour, rieletto pochi giorni fa per il quattordicesimo anno consecutivo speaker dell’Assemblea del Popolo, il parlamento egiziano. Ma Sorour non è considerato l’uomo della successione. Piuttosto un mero esecutore.
Chi rimane sulla cresta dell’onda nelle candidature per le presidenziali del 2005, a prescindere da Gamal, è il 64enne generale Omar Suleiman, potente capo dei servizi di sicurezza egiziani. La sua faccia, sinora poco conosciuta, è diventata nota per i suoi frequenti viaggi oltre il canale di Suez, dove ogni tanto è chiamato a mediare all’interno del fronte palestinese. Giusto ieri le telecamere hanno fatto vedere il suo viso, olivastro con baffi ben disegnati, che per alcuni tratti ricorda quello di Sadat. E sono stati molti gli osservatori che hanno notato il completo elegante, con tanto di cravatta regimental, con cui si è presentato all’incontro con Arafat a Ramallah.
Suleiman è ritenuto il braccio destro del presidente e il consigliere più fidato. Gli ha salvato la vita nell’attentato fallito di Addis Abeba e sa far molto bene il suo mestiere. Ma Suleiman sa far bene anche il mediatore, tanto da essere sempre chiamato quando c’è da mettere i palestinesi intorno a un tavolo. Come la scorsa estate, quando era riuscito con fatica a far partire la hudna, la tregua temporanea che aveva portato un sospiro di sollievo a Gerusalemme prima dell’attentato di fine agosto all’autobus degli ortodossi.
Il “re” delle spie egiziane potrebbe rivelarsi un candidato interessante per i militari, visto che Gamal romperebbe la tradizione in vigore dalla rivoluzione del 1952, quella che ha visto i presidenti egiziani tutti con le stellette sulle spalle.


l'articolo di Paola Caridi è a p.4 delRiformista del 21 novembre



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