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ITALIA/IRAQ: L'AMBIGUA CONFUSIONE DI RUOLI NELLA MISSIONE A NASSIRIYA 21/11/03

“Impiego di un contingente militare nell’ambito dell’intervento umanitario italiano in Iraq”. Questo il titolo della relazione che, il 14 maggio, il ministro della Difesa Antonio Martino recitava davanti al Parlamento. Ma era proprio così?

Emanuele Giordana e Gianni Rufini

Venerdi' 21 Novembre 2003
E’ stata una gestazione lenta quella che ha portato i nostri carabinieri in Iraq. Una gestazione lenta, confusa e forzatamente ambigua. Oggi che in molti si domandano se i militari italiani sono di fatto in guerra, balza agli occhi il titolo della relazione che, il 14 maggio, il ministro della Difesa Antonio Martino recita davanti al Parlamento: “Impiego di un contingente militare nell’ambito dell’intervento umanitario italiano in Iraq”.
La contingenza è nota. Il 14 marzo è inziata la guerra condotta da Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia con l’avvallo politico e logistico di poche altre nazioni. L’Europa che fa parte dell’Unione si è schierata contro l’intervento con la lodevole eccezione dei governi di Spagna e Italia. Ma in questi, come negli altri Paesi, Gran Bretagna compresa, l’opposizione di piazza alla guerra è stata così numerosa e rumorosa, che le truppe sono rimaste a casa. Il problema nasce subito dopo. L’Italia non ha partecipato al conflitto ma deve pur essere presente nel dopoguerra. Deve, insomma, dimostrare di essere un buon alleato del nuovo grande amico del governo Berlusconi: il presidente Bush. E per contare qualcosa occorre mettere carne al fuoco. Non bastano parole e soldi, Ci vogliono i soldati. Come si fa?
L’idea prende corpo tra metà aprile e metà maggio. E la trovata, partorita tra la Farnesina e Palazzo Chigi, assume le caratteristiche nobili dell’aiuto umanitario. Come si può lasciare nella disperazione milioni di iracheni che necessitano di cibo, medicinali e persino dell’acqua fresca? Già l’8 aprile, il ministro Frattini spedisce in Iraq una missione esplorativa con 40 tonnellate di aiuti d'emergenza sotto lo sguardo attento delle telecamere. E mentre la Cooperazione italiana trasporta i primi kit sanitari, Frattini mette a punto un'altra missione con l’aiuto della Croce rossa italiana che fa capo al commissario Maurizio Scelli. Scelli suggerisce l’invio di un ospedale da campo di alto profilo tecnologico a Bagdad, segno tangibile dell’italico buon cuore. Come Martino spiega in Parlamento “...la vigilanza interna dell’ospedale è affidata ad un’unità di trenta carabinieri. La prima aliquota di 15, giunta a Baghdad il 7 maggio, rappresenta il primo segno concreto della presenza militare italiana in territorio iracheno, con evidenti scopi umanitari...”. Il passaggio è importante: i carabinieri sono in Iraq “con evidenti scopi umanitari”. Frattini aveva già chiarito il 10 maggio che "il compito dell'Italia è portare la nostra bandiera, quella dei nostri soldati e carabinieri, per dare aiuto alle popolazioni" irachene. Il ministro sventola il "biglietto da visita" che l'Italia, "prima tra i Paesi europei", ha portato a Bagdad con l’ospedale da campo. Con scorta militare. La scelta dell'ospedale, sia detto per inciso, solleva polemiche nella sede centrale della Croce rossa internazionale a Ginevra. Proprio per via della scorta armata: colpisce infatti l’irresponsabile complicità con il governo della Croce Rossa italiana, divenuta strumento di politica estera e tanto lontana dai principi e dalle regole del movimento internazionale come a Ginevra spiegano i dirigenti del movimento al nostro ambasciatore Paolo Bruni.
Il 14 maggio Martino deve però illustrare anche l’intera missione Antica Babilonia. Non è difficile perché “...nel passaggio parlamentare del 15 aprile, le comunicazioni dell’Onorevole Frattini, sono state sostenute da diverse Risoluzioni, con cui Senato e Camera hanno impegnato l’Esecutivo all’avvio dell’intervento umanitario...Frattini ha precisato che l’azione promossa dal Governo è ... sia per assicurare alla popolazione irachena gli aiuti umanitari necessari, sia per realizzare le opere immediate e urgenti di ripristino della funzionalità delle infrastrutture e di quei servizi che servono a garantire agli iracheni le migliori condizioni di vita possibile nel quotidiano”. Non c’è dubbio. Non si tratta di soldati ma di genieri, medici e fors’anche barellieri. La confusione tra i ruoli è preparata con cura. “Gli atti di indirizzo approvati quel giorno.... rappresentano il formale assenso ed il principio fondante del nostro impegno in Iraq, compreso, in particolare, quello militare. La successiva pianificazione militare del contingente ed i contatti internazionali per il suo dispiegamento in teatro si sono sviluppati in piena coerenza alle linee indicate”. Antica Babilonia è pronta a partire perché “...il conflitto armato è dunque cessato - dice improvvidamente Martino - ma permangono problemi di violenze, di attentati, di banditismo, di criminalità, di saccheggi…bisogna garantire livelli di sicurezza minima, prevenire lo scoppio di disordini e vendette ed evitare che si sviluppi negli iracheni la sindrome del “sentirsi abbandonati”, proprio nel momento in cui più forte è l’emergenza umanitaria”.
Cosa non ha funzionato nella brillante trovata? Innanzitutto, se si vogliono mandare aiuti umanitari, bisogna mandare organizzazioni umanitarie, che non si confondano con le truppe di occupazione e mantengano ben distinto il proprio ruolo. Organizzazioni neutrali e indipendenti come prevede il Diritto umanitario internazionale, estranee al conflitto e meno esposte ad ostilità terroristiche o militari: Anche perché piccole, poco vistose ma efficienti e specializzate, capaci di operare con un budget che è del 90-95% inferiore a quello di una missione militare. Queste organizzazioni sono però mantenute lontane dalle scelte del governo, sia per scarsezza di finanziamenti, sia per l'ambiguità della posizione italiana che ne compromette sicurezza e libertà d’azione.
I carabinieri, inviati con un mandato “umanitario” hanno provato ad utilizzare in Iraq la stessa tecnica di successo usata nei Balcani, in Africa e in Centroamerica, quella del peacekeeping dolce, amichevole, sorridente. Non hanno tenuto conto del fatto che in questo caso non sono stati percepiti dagli iracheni come forza benevola, pacificatrice, ma come esercito occupante, ostile. D’altronde, come si può pretendere di passare per forze umanitarie (perciò necessariamente neutrali) e fare parte al tempo stesso di una coalizione che ha invaso un paese e lo occupa militarmente? Non a caso, la dottrina del peacekeeping prevede che ad intervenire siano forze “terze”, che non hanno preso parte alla guerra e non hanno interessi diretti nel conflitto. I Caschi blu delle Nazioni Unite. Ogni volta che si è violata questa regola, si è andati incontro al disastro. Tutto ciò è noto e viene insegnato nei corsi universitari e nelle scuole militari. Viene scritto nei documenti delle Nazioni Unite, della Croce Rossa Internazionale e delle Ong. Viene raccomandato dagli esperti e dai generali. Ma la politica ha ritenuto di poterci passare sopra. Salvo manifestare un ipocrita stupore davanti alle notizie della tragedia.





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