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ANNAPOLIS, IL PRIMO RISULTATO A BEIRUT 30/11/07

Michel Aoun fa un passo indietro e appoggia la candidatura a presidente del capo di stato maggiore Michel Sleiman. L'accordo è stato facilitato da Siria e Stati Uniti?

Paola Caridi

Venerdi' 30 Novembre 2007
IL PRIMO RISULTATO DI ANNAPOLIS: UN PRESIDENTE CON LE STELLETTE. A BEIRUT
Di Paola Caridi

Un generale di nome Michel. Il compromesso, nella Beirut confusa dal vuoto istituzionale, potrebbe portare le stellette, e avere il sapore di un accordo tra Stati Uniti, Francia, Siria e Arabia Saudita. Sarebbe questo il primo risultato tangibile di Annapolis, che invece di realizzarsi sul cosiddetto “binario” israelo-palestinese, riguarda uno degli altri due binari diplomatici discussi negli scorsi giorni tra il Maryland e Washington. Il binario libanese, appunto.
La svolta, che in molti attendevano per uscire dall’impasse in cui si è impantanata la politica di Beirut, è arrivata ieri. Con il passo indietro deciso da un generale di nome Michel (Aoun), che si è dichiarato disponibile a sostenere la candidatura di un altro generale di nome Michel (Sleiman) come presidente di compromesso. La mossa che tutti attendevano, Hezbollah compresi. Michel (Aoun), sinora candidato del blocco dell’opposizione formato dal partito di Dio sciita di Hassan Nasrallah e alcuni settori cristiani, cede il posto a Michel (Sleiman), capo di stato maggiore dell’esercito libanese, figura rispettata da tutti, designata nel 1998 dai siriani ma sostenuta, nelle ultime ore, anche dalla maggioranza filoccidentale dell’Alleanza del 14 marzo.
L’uomo giusto al momento giusto, dunque. Espressione di un esercito su cui in questi ultimi mesi si è avuto il consenso, se non l’amore di molti libanesi, nonostante la gestione della battaglia di Nahr al Bared non sia stata proprio una pagina brillante nella storia militare libanese. Sleiman, però, rappresenta per i libanesi l’esercito di popolo (e multiconfessionale, elemento non secondario), che ha visto cadere i propri soldati come martiri. E per i politici rappresenta quel nome di compromesso che tutti cercavano. Compresi gli sponsor internazionali.
Perché non è un caso che il primo risultato di Annapolis, se la candidatura Sleiman andrà in porto, si sia avuto a Beirut. Se è vero che la novità più interessante della conferenza del Maryland non è stato il vago documento finale sulla possibile pace in dodici mesi tra israeliani e palestinesi. Quanto, piuttosto, la presenza di Arabia Saudita e Siria insieme in un meeting organizzato da Gorge W. Bush. Non solo perché la Siria è stata sino a ieri dentro nella lista dei paesi dell’asse del Male stilata dagli americani. Ma anche perché Damasco e Riyadh si sono affrontati più volte in questi ultimi mesi, soprattutto sulla questione della stabilità libanese e delle rispettive influenze su Beirut.
La mossa di Michel Aoun, dunque, dovrebbe confermare quello che Hassan Haydar, editorialista del giornale panarabo Al Hayat, definisce il “ritorno della Siria nell’asse arabo”. Un ritorno che, se dovesse consolidarsi nei prossimi giorni, sarebbe la conferma delle aperture americane delle ultime settimane, e del lavorio diplomatico di Nicolas Sarkozy che nei giorni precedenti ad Annapolis ha mandato i suoi emissari a Damasco. A parlare, con tutta probabilità, proprio del prossimo inquilino del palazzo di Baabda a Beirut.
Il binario libanese, dunque, potrebbe essere stato l’asso nella manica giocato dalla Siria per partecipare ad Annapolis in un certo ruolo, che non fosse quello della semplice pedina chiamata a sancire una possibile nuova immagine degli Stati Uniti in Medio Oriente. Dall’altro canto, la carta libanese dovrebbe essere la chiave che apre la prima porta di un percorso lungo. Il cui obiettivo finale, dicono tutti gli osservatori, è il rapporto tra Damasco e Teheran. Un rapporto che, se non da sacrificare, dovrebbe essere almeno reso più flessibile dalla Siria di Bashar el Assad.
Un cambiamento così profondo in una relazione speciale che dura da oltre vent’anni, come quella tra Siria e Iran, ha però il suo prezzo. E il prezzo si chiama Golan. Uno dei giornali israeliani più diffusi, Ma’ariv, parlava ieri del canale aperto dalla Russia tra Damasco e Tel Aviv, a conferma di quanto Vladimir Putin voglia profilarsi come uno dei broker determinanti per arrivare nei prossimi mesi a una qualche soluzione dei tanti conflitti in onda in Medio Oriente. La Russia ha ottimi rapporti con Assad, motivo per il quale sarebbe il mediatore più indicato in una riapertura del “binario” siro-israeliano. Quanto spazio, però, gli americani vorranno lasciare a Mosca nella gestione di un dossier così delicato? E quanto Israele sarà disposta a dare indietro ai siriani?
Se svolta ci sarà, tra arabi e israeliani, sarà probabilmente attraverso il nodo del Golan. Simbolo di quello che, nell’iniziativa di pace saudita, viene definito con lo slogan “terra in cambio di pace e sicurezza”. Gli scettici, e sono tanti nel mondo arabo, dicono che proprio questo è l’obiettivo più difficile.

Leggi l'articolo sul Riformista



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