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Le manifestazioni contro la conferenza represse con estrema durezza dalla polizia di Abu Mazen. La Cisgiordania non è ancora sotto il totale controllo del governo di Ramallah

Paola Caridi

Giovedi' 29 Novembre 2007
Non c’erano più solo le bandiere nere di Hizb ut-Tahrir, ieri a Hebron, ai funerali di Hisham Barad’i, l’uomo di 37 anni ucciso durante la manifestazione di martedì contro Annapolis, repressa duramente dalle forze di sicurezza fedeli al presidente Mahmoud Abbas, i cui manganelli non hanno risparmiato neanche i giornalisti. C’erano anche le bandiere verdi di Hamas, ieri a Hebron, e questo fa la differenza. Per la prima volta in maniera evidente e decisa, Hamas è scesa in piazza in Cisgiordania per protestare contro l’Anp, sfidando il divieto di manifestazioni di piazza imposto dal governo di Ramallah nei giorni a cavallo della conferenza di Annapolis.
Lo scontro, anche ieri, è stato duro, con una sessantina di feriti e contusi, soprattutto tra i manifestanti ma anche tra i poliziotti, che hanno sparato proiettili veri per disperdere la protesta. La polizia di Abu Mazen ha confermato, così, di seguire senza tentennamenti la linea indicata dal governo di Salam Fayyad in termini di sicurezza: nessun cedimento verso moti di piazza (come a Hebron) o verso le fazioni armate fuori controllo (come succede a Nablus).
Lungi dall’essere una mera questione di ordine pubblico, o di test sulla capacità dell’Anp di gestire la piazza, le manifestazioni di protesta in Cisgiordania hanno una specifica valenza politica e di prospettiva. Anzitutto, per la presenza di Hizb ut-Tahrir. Un movimento considerato ancora piccolo, e pacifico, che chiede il ritorno al califfato e va oltre la dimensione nazionale palestinese. Hizb ut-Tahrir si era già fatto vedere negli scorsi mesi, e non aveva avuto troppi problemi a scendere in piazza, nonostante il governo Fayyad avesse già ristretto di molto la possibilità di manifestare in Cisgiordania. Soprattutto, Hizb ut-Tahrir è forte a Hebron, ed è forte tra gli influenti clan familiari che ancora controllano la vita quotidiana della città più importante della Cisgiordania meridionale, considerata peraltro la roccaforte di Hamas.
In linea di principio, dunque, Hizb ut-Tahrir è un competitor del Movimento di resistenza islamica, che in fondo potrebbe far comodo anche al governo di Ramallah, perché potrebbe spaccare il consenso nei settori islamisti della società. Ieri, però, Hamas è scesa al fianco di Hizb ut-Tahrir, dimostrando che – come sempre succede in casa palestinese – le carte si possono scompaginare, soprattutto in fase di debolezza politica così evidente.
Hamas, però, non è scesa in piazza con le armi. Nonostante Hebron sia la sua piazza, il posto dove la vittoria alle elezioni del gennaio 2006 è stata sostanzialmente plebiscitaria. La domanda che gli analisti si pongono, dunque, è se Hamas si sia fatta vedere ieri per dire al governo di Ramallah di non esagerare. E che in Cisgiordania non tutto potrebbe essere tranquillo. Sino a questo momento, Hamas ha subito tutto sommato senza reagire le continue retate compiute non solo dall’esercito israeliano, ma soprattutto dalle forze di sicurezza dell’Anp, che secondo alcune fonti avrebbero arrestato centinaia di militanti del movimento islamista. Forse addirittura mille, a partire dal coup di Hamas a Gaza dello scorso giugno.
La domanda è, dunque: Hamas continuerà a subire in Cisgiordania, anche dopo Annapolis? Nessuno, sino a questo momento, sa in quale misura il movimento islamista abbia la forza militare bastante per ingaggiare uno scontro con le forze di sicurezza dell’Anp. È certo, comunque, che il timore che Hamas possa decidere lo scontro armato c’è anche negli americani (e negli europei), impegnati ad addestrare gli uomini fedeli ad Abu Mazen e ad aumentare il sostegno finanziario specifico al settore militare.
Lo strano equilibrio che si è vissuto in questi mesi in Cisgiordania, dove il controllo del territorio da parte del governo dell’Anp è solo parziale, è legato alla dimensione politica palestinese. Le possibilità di nuovi contatti tra Fatah e Hamas per riaprire il dialogo sono poche, e sono comunque rimaste congelate sino ad Annapolis. Ma l’ipotesi di aprire un nuovo canale non è stata abbandonata da tutti. Soprattutto negli ambienti arabi, dove si pensa che Cisgiordania e Gaza non possono rimanere separate a lungo, e che si potrebbero riaprire i canali persino con l’ala dura di Hamas, quella di Mahmoud A-Zahar e di Said Siyyam. Quest’ultimo, peraltro, ha lanciato ancora una volta l’amo in una intervista recente al giornale panarabo Al Sharq al Awsat, confermando che Hamas vuole un dialogo senza condizioni e non pone veti su nessuna questione aperta.
Se, invece, la dimensione politica si chiude del tutto, le prospettive sono tutte aperte. Comprese quelle di una operazione militare in grande stile a Gaza da parte degli israeliani, definita dai giornali nazionali una delle opzioni all’ordine del giorno per il governo di Tel Aviv. E anche nella Striscia, una nuova invasione da parte di Tsahal viene considerata probabile, tanto che la gente risparmia gas e cibo – già scarsi – per affrontare tempi peggiori.
Cosa succederebbe, però, in Cisgiordania se a Gaza tornassero i carriarmati? Non tutti sono sicuri che un incendio a Gaza non si propagherebbe anche nella West Bank, proprio perché il controllo del territorio da parte dell’Anp non è completo, e il duo Abbas-Fayyad deve affrontare lo scetticismo e l’opposizione diffusa suscitati dal documento frettoloso firmato ad Annapolis, in cui nessuno dei punti cruciali – Gerusalemme, confini, rifugiati, colonie – è stato neanche citato. Gaza è stata messa da canto e sigillata per essere ripresa in esame dopo Annapolis. Ma la Striscia e la Cisgiordania rimangono comunque vasi comunicanti, con il loro carico di squilibri, diffidenze e sofferenze.

Leggi l'articolo sul Diplomatique del Riformista

Nella foto, l'arresto da parte della polizia palestinese del mukhtar, l'anziano del clan degli Herbawi, che era stato intervistato da Paola Caridi per l'articolo apparsa sul numero monografico di Limes dedicato alla Palestina Impossibile



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