Amisnet, Agenzia Radio Comunitaria Campagna Supporto 2005 Amisnet


PALESTINA, AFFARI DI FAMIGLIA O AFFARI DEL MONDO? 22/9/11

SE GLI ARCHIVI PARLANO 19/9/11

SE GLI ARCHIVI PARLANO 19/9/11

TERRA E LIBERTA' 15/9/11

I FRUTTI DELLE RIVOLUZIONI: STRETTA DI MANO HAMAS-FATAH AL CAIRO 28-4-11

PALESTINE PAPERS. STORIA DI UNA CAPITOLAZIONE 24/1/11

"MA CHE CI STA SUCCEDENDO?". ISRAELE VISTA DAGLI ISRAELIANI 17/1/11

HUMOUR ALLA GEROSOLIMITANA 11/1/11

BIDEN E RAMAT SHLOMO 10/3/10

OXFAM, GAZA WEEKLY UPDATE 14/01/10

JERUSALEM BLUE 21/11/09

OBAMA, IL NOBEL E GLI ARABI 9/10/09

IL PRIMA E IL DOPO GAZA NELLE CONSTITUENCY DI HAMAS 6/10/09

GERUSALEMME, SEGNALI PERICOLOSI

LA ECO-SCUOLA DEGLI JAHALIN 31/08/09

LA DESTRA ISRAELIANA CONTRO ANNAPOLIS 28/11/07

Gerusalemme non si tocca, dicono coloni, Shas, Ysrael Beitenu e partiti religiosi

Paola Caridi

Mercoledi' 28 Novembre 2007
A Gerusalemme, il dopo-Annapolis è già cominciato. Al Muro del Pianto e di fronte alla residenza del primo ministro Ehud Olmert. Dove a poche ore dal meeting trilaterale del Maryland, lunedì scorso, decine di migliaia di esponenti della destra israeliana laica e religiosa hanno detto chiaro e tondo che Gerusalemme non si tocca, che Gerusalemme rimarrà unificata come lo è adesso, almeno sulla carta, e che non c’è spazio per nessuna proposta che divida la parte orientale araba da quella occidentale. L’Israele del popolo degli insediamenti, della destra politica, del sionismo religioso ha già cominciato la battaglia contro uno dei punti centrali dei negoziati che inizieranno – ha detto ieri Gorge W. Bush leggendo il documento finale di Annapolis – il prossimo 12 dicembre.
Perché non c’è dubbio che su Gerusalemme la discussione sarà aspra. Non solo tra i negoziatori israeliani e palestinesi, ma all’interno di ciascun campo. Mahmoud Abbas l’ha già detto nel suo discorso nel Maryland: i negoziati toccheranno tutti i punti, anche i più spinosi, come i rifugiati, la questione dell’acqua e della terra. E Gerusalemme, appunto, perché Gerusalemme est deve essere la capitale dello Stato palestinese, ha detto Abu Mazen. Una conditio sine qua non, sulla quale l’opinione pubblica palestinese – oltre agli almeno 200mila abitanti palestinesi di Gerusalemme – non cederà. E non solo per questioni di principio.
Non è solo Hamas, dunque, a porre il problema di Gerusalemme, né solo l’estremismo a Gaza o le manifestazioni che ieri le forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale hanno represso duramente a Ramallah, Betlemme, Nablus e Hebron. Gerusalemme è il simbolo di quel piccolo ma insormontabile numero di questioni cruciali che devono essere risolte per arrivare alla pace – come statuito nel documento finale – entro la fine del 2008. E Gerusalemme è il simbolo, per la destra e per il sionismo religioso, di quello che Israele non deve cedere.
I sostenitori del “partito del non cedimento” su Gerusalemme in campo israeliano, però, non sono solo quelli che si batterono contro il disimpegno da Gaza. Né solo i coloni. C’è Ysrael Beitenu, e ci sono gli esponenti dello Shas, il partito religioso sefardita che, in questi giorni, è l’ago della bilancia. Il rabbino Yosef Ovadia, il cui ruolo e la cui influenza vanno ben oltre la funzione di capo spirituale dello Shas, ha già detto che il partito abbandonerà la coalizione se solo si tenterà di dividere Gerusalemme. Una dichiarazione netta, condivisa dai rabbini più importanti della città, che rende ancor più debole la posizione di Olmert e del suo vice Haim Ramon, l’ispiratore di una proposta per la divisione della città che, comunque, vorrebbe dare ai palestinesi solo alcuni dei sobborghi orientali arabi più periferici. Lasciando in mano israeliana il cuore arabo di Gerusalemme.
Anche l’attuale presidente d’Israele Shimon Peres, quando era solo un esponente laburista, si era dichiarato più volte contro la divisione di Gerusalemme. E l’ex capo di stato maggiore Moshe Yaalon ha partecipato alla vigilia di Annapolis a una manifestazione di One Jerusalem, il movimento guidato da Natan Sharanski.
Alla Knesset, poi, c’è già chi ha messo il primo ostacolo all’idea di una divisione di Gerusalemme, con l’approvazione - pochi giorni fa – di una legge che subordina qualsiasi decisione sulla città a una maggioranza parlamentare dei due terzi. E anche il sindaco di Gerusalemme, Uri Lupolianski, esponente dei settori ortodossi, non si è limitato alle parole, ma sta incidendo in maniera fattuale sul volto futuro della città. È di pochi giorni fa il suo piano urbanistico che vuole rendere meno evidente la divisione tra i settori est e ovest della città.
Nei fatti e nella quotidianità, però, Gerusalemme è e continua a essere una città divisa tra est e ovest, tra parte palestinese e parte israeliano-ebraica. Ognuno dei suoi abitanti sa i percorsi, le vie, le direzioni per evitare il contatto. Ognuno conosce il proprio territorio, sa dove non andare, usa una sorta di stradario mentale, una lista condivisa di negozi, ristoranti, bancarelle e supermercati che – oltre la politica – rappresenta il breviario giornaliero di ogni singola vita. Trasformare questa divisione in proposta politica, però, è la vera scommessa del dopo-Annapolis.

Leggi l'articolo sul Riformista



Powered by Amisnet.org