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GARIBALDI TANGERINO 21/11/07

Un convegno ricorda il soggiorno del Generale nell'avamposto africano, a cavallo tra 1849 e 1850

Ornella Tommasi

Mercoledi' 21 Novembre 2007
TANGERI - Garibaldi non abita più qui: la strada che portava il suo nome è diventata più coerentemente Rue Hassan Ibn Al-Fahrat. Resta, al numero 35, l’elegante palazzina ottocentesca, con un tocco liberty posteriore, di cui il Generale fu ospite per qualche mese tra l’inverno del 1849 e la primavera del 1850, diventato poi residenza del Console quando a Tangeri esisteva ancora un Consolato italiano.
A rigore il soggiorno in questo avamposto africano farebbe salire da due a tre i mondi di cui il “corsaro della libertà” era definito l’eroe nei manuali scolastici della nostra infanzia. E il bicentenario in corso non poteva ignorare questa tappa delle peregrinazioni garibaldine, con tanto di cerimonia commemorativa alla presenza dell’Ambasciatore e di altre autorità consolari italiane in terra marocchina. Con qualche emozione, al di là dell’understatement imposto dalla critica storiografica, quando si salgono le scale della palazzina quasi priva di arredi e si entra in una stanza occupata solo da un letto basso al centro, spartano quel tanto che basta a ricordare le abitudini militari del Generale. Uniche concessioni al comfort i caminetti scolpiti in marmo di Carrara, perché a Tangeri gli inverni sono freddi nonostante la vegetazione mediterranea, palme, ibisco e plumbago in piena fioritura nel bel giardino che circonda l’edificio in una bella giornata di fine novembre.
Fa gola a tanti, questo pezzo di patrimonio architettonico in uno dei quartieri più prestigiosi della città in fermento immobiliare, nuova meta di residenze chic per stranieri in cerca di esotismo ma soprattutto di investimenti che si promettono molto redditizi, specie se Tangeri vincerà la sua gara per ospitare l’Esposizione Universale 2012. Erano perfino corse voci sul rischio di vendita, si era fatto il nome di un membro della casa reale alauita interessato all’acquisto. Voci però puntualmente smentite dalla riaffermata volontà delle autorità consolari italiane sempre più attente alla conservazione di questo patrimonio dopo qualche anno di disinteresse.
Nello stesso quartiere, qualche strada più avanti, tocca a un piccolo gruppo di studiosi e storici italiani e locali ragionare sulla figura di Garibaldi sotto la luce della biografia e della critica storica. Nella rievocazione prende corpo un Generale poco più che quarantenne, reduce dalla sconfitta della Repubblica Romana e dalla perdita di Anita ma sempre abitato da un attivismo che non sopporta l’inazione troppo prolungata. Nell’esilio tangerino Garibaldi comincia a scrivere le Memorie, che saranno tradotte in francese da Alessandro Dumas padre, che era stato anche lui ospite della città nel 1846. Ma il Generale riesce anche a galvanizzare gli spiriti dei genovesi, marinai e commercianti, qui residenti e presto conquistati alle sue idee. Tra gli altri anche quel Carpaneti, console generale del Regno di Sardegna, incaricato di sorvegliarlo e poi dimissionario per seguire Garibaldi quando lascerà Tangeri per l’avventura successiva. L’impatto di tanto personaggio non aveva lasciato indifferenti nemmeno le avanguardie politiche emergenti nel Maghreb, con un’estensione fino al movimento operaio tunisino.
Nelle Memorie si parla di Tangeri come della “città gioiosa”, ma la gratitudine di Garibaldi doveva essere diretta soprattutto al liberalismo delle autorità locali, nella fattispecie il sultano Abd er-Rahman, che gli aveva permesso un soggiorno di quasi sette mesi, diversamente da quelle di Malta, Tunisi e Gibilterra, assai meno generose.
La storia rincorre la storia, la Tangeri tollerante in cui hanno convissuto le tre religioni del Libro si apre all’Europa nel nuovo segno del business, in cui la presenza italiana, finora marginale, comincia a manifestarsi con maggiore vivacità e con le auspicabili opportune ricadute culturali. Un segnale è già nel luogo in cui si svolge questa convegno, un’altra prestigiosa reliquia della storia “italiana” della città: il Palazzo Moulay Hafid, racchiuso in un magnifico complesso che si estende per oltre tre ettari tra giardini, cortili alberati, portici e venduto all’Italia dall’omonimo sultano per diventare, negli anni ’20, “Littorio” e infine “Palazzo delle istituzioni italiane”, consolato, scuola italiana, sede della Dante Alighieri e perfino una sezione del Club Alpino Italiano.
Nella memoria collettiva dei tangerini è il posto dove si andava a scuola d’italiano e lo si capisce quando salendo verso la kasbah qualcuno che non è una guida turistica ti si rivolge nella nostra lingua, e neanche troppo male; ma viene ricordato anche per serate di ballo, sfilate di moda e feste rimaste indimenticabili. Segnali incoraggianti, questo convegno e la prossima edizione primaverile del tradizionale festival di jazz “Tanjazz”, che fanno pensare a un nuovo capitolo di una storia che può ricominciare.



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