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La lista degli invitati ad Annapolis prevederebbe anche Damasco. Ma a quali condizioni? Bashar el Assad non vuole nessuna photo-opportunity, e non vuole la pace senza il Golan

Paola Caridi

Venerdi' 16 Novembre 2007
Il misterioso raid israeliano di due mesi fa sulla Siria sembra così lontano. Come se non fosse mai successo. E anche la questione della pressione su Beirut da parte di Damasco, ineludibile broker nell’elezione del prossimo presidente libanese, sembra cosa di poco conto. Un fascicolo da riaprire magari in seguito, perché prima bisogna occuparsi di Annapolis. E, in questo caso, della partecipazione della Siria alla conferenza israelo-palestinese messa in agenda il 27 novembre prossimo nel Maryland.
A chiedere a gran voce la presenza del regime di Damasco ad Annapolis non sono gli stati arabi che l’amministrazione Bush ha già tirato dentro l’ultimo dossier palestinese, Egitto e Giordania. O l’Arabia Saudita che in questi giorni, con il lungo tour di re Abdullah in Europa, sembra giocare una partita tutta sua. Sono gli israeliani, soprattutto. Che non parlano più del raid dello scorso settembre su obiettivi ancora non del tutto chiariti. Ma dicono, invece, che la Siria sarebbe la benvenuta. Lo dice apertamente Ehud Barak, proprio il ministro della difesa che quel raid aveva deciso. Barak è però anche l’ex premier che nel 2000 aveva aperto i canali del negoziato con Damasco, arrivando più avanti di altri nella trattativa con il regime Bashar. Ora, il leader laburista israeliano dice che si sa bene cosa vuole Damasco, e che è interesse degli israeliani che la Siria sia alla conferenza israelo-palestinese. Se la Siria, beninteso, comprende che ad Annapolis la priorità è parlare del dossier palestinese.
Barak vuole che Israele abbia la sua iniziativa e non vada a ricasco di altri, per esempio dei sauditi e del loro piano di pace complessivo. E non è il solo, a far capire che con la Siria si potrebbe andare al tavolo negoziale. Avi Dicher, ex capo dello Shin Bet e ministro per la pubblica sicurezza, gli offre una sponda e dice che la Siria è stato l’unico paese arabo a bloccare il contrabbando e a tenere tranquilla la frontiera, una dichiarazione in aperta contraddizione con quanto l’establishment israeliano ha rimproverato alla Siria nello scorso anno, riguardo al riarmo di hezbollah in Libano. Ed Ehud Olmert, negli scorsi giorni, ha fatto chiaramente intendere alla Knesset che sono in corso contatti con Damasco.
Nulla osta, sembrerebbe, a una schiarita importante nei rapporti tra Tel Aviv e Damasco. E un segnale in questo senso potrebbe essere il rinvio (a data da destinarsi o sine die?) della cosiddetta controconferenza che alcune fazioni palestinesi volevano organizzare a Damasco per contrastare Annapolis. Il regime ha bloccato l’iniziativa e questo, nel linguaggio mediorientale, vuol dire un’apertura di credito verso gli Stati Uniti.
Il vero nodo, però, è quale parte dovrebbe recitare la Siria ad Annapolis. Bashar non vuole essere uno dei tanti attori in una foto di circostanza. Né vuole che la Siria sia messa nel calderone della Lega Araba. La Siria vuole il Golan indietro da Israele, che l’ha occupato quarant’anni fa. E da questo semplice assioma non si scappa. Cosa vuol dire, dunque, andare ad Annapolis? E soprattutto, cosa vuol dire Annapolis? Se la conferenza pone sul tappeto la questione delle Alture del Golan, diventa interessante per la Siria. Se è solo la ricerca di un sostegno siriano al negoziato israelo-palestinese, questo porrebbe la Siria in una difficile posizione proprio verso i palestinesi. Essere nel Maryland vorrebbe dire sostenere Mahmoud Abbas e buttare alle ortiche il rapporto con Hamas, che proprio a Damasco ha i suoi leader all’estero più importanti. Khaled Meshaal in testa. Vuol dire, quindi, non avere più nessuna possibilità di manovra per una possibile riapertura dei canali (ora ancor più chiusi di prima) tra Fatah e Hamas. E perdere una delle carte più importanti da giocare.
La vicenda diplomatica, insomma, si gioca tutta sulle contropartite, e sulla necessità, per i contendenti, di conservare in mano i propri assi. Sul fascicolo palestinese, e su quello iracheno e iraniano. A volere la Siria ad Annapolis, infatti, sono sì gli israeliani, ma è anche una parte dell’amministrazione Bush. Non tutta, a quanto dicono i ben informati come Joshua Landis, uno degli esperti di Siria più acuti, sul suo blog. A spendersi per la presenza di Damasco è Condoleezza Rice e il dipartimento di Stato. A votare contro, i neoconservatori legati a Dick Cheney, che per ora sarebbero in minoranza. Alla conferenza, però, mancano ancora due settimane. Un tempo bastante, come insegna il Medio Oriente, perché tutto possa cambiare.

Leggi l'articolo anche sul Riformista del 15 novembre



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