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LA ECO-SCUOLA DEGLI JAHALIN 31/08/09

GAZA, FUOCO SUI MANIFESTANTI 13/11/07

La polizia palestinese (di Hamas) spara sui dimostranti (di Fatah) riuniti nella più importante prova di forza dal colpo di mano dello scorso giugno. Mentre la Striscia è sempre più isolata

Nella foto una classica immagine di Yasser Arafat

Paola Caridi

Martedi' 13 Novembre 2007

Di ritorno da Gaza – L’orgoglio di Fatah, alla fine, è sceso nelle strade di Gaza City. Guarda caso a pochi giorni dalla conferenza di Annapolis. Almeno centomila ragazzi, e bandiere gialle di Fatah, per commemorare (ufficialmente) Yasser Arafat, nel terzo anniversario della morte. In ballo, però, c’era ben altro ieri, nella piazza al Katiba di Gaza City, stipata di militanti fedeli a Mahmoud Abbas. Nella più grande manifestazione dal colpo di mano dello scorso giugno e della sconfitta militare di Fatah, il partito che fu di Arafat ha deciso la prova di forza sia verso la polizia di Hamas, sia verso i vertici politici del movimento islamista.
Noi ci siamo, questo il messaggio. Il bilancio sul terreno, invece, è più crudo: almeno sei morti, e un centinaio di feriti tra i manifestanti colpiti dai proiettili della Forza esecutiva di Hamas, che conta almeno una vittima fra i suoi ranghi. Che Fatah ci fosse, era già evidente prima della manifestazione di ieri. Perché Gaza non è e non potrà mai essere di una sola fazione. Che si chiami Fatah o Hamas. Lo dicono le bandiere che svettano sui palazzi, sui balconi, o sui tetti delle povere baracche lungo il mare. Come sulle cartine militari. Una bandiera gialla di Fatah su quel tetto, accanto alla parabola. E sul palazzo vicino, la bandiera rossa del Fronte Popolare. Poco più in là, il vessillo nero della Jihad islamica e poi quello verde, vincente ora, di Hamas.
Gaza non è di una sola fazione, Gaza non è pacificata, Gaza non è una. Lo dicono le bandiere. Lo dice l’iconografia di quelli che qui si chiamano “martiri”, di tutte le fazioni, e che sola riempie strade, macchine, vetrine, al posto dei nostri cartelloni pubblicitari. Lo dice, soprattutto, la divisione terribile tra chi va al lavoro e non viene pagato, e chi resta a casa e riceve lo stipendio da Ramallah. E’ la storia di un braccio di ferro che va avanti da quattro mesi, tra il governo d’emergenza di Ramallah, di Salam Fayyad, e quello che non si è voluto dimettere, a Gaza City, presieduto da Ismail Haniyeh. Le pedine, in questo caso, sono l’esercito di impiegati pubblici, in massima parte vecchia clientela di Fatah, che percepisce lo stipendio solo se resta a casa. Per gli altri, c’è il lavoro, ma non il salario da Ramallah, a cui sopperiscono, per quanto possibile, le casse del governo di Hamas.
Questo non significa solo impiegati. Significa insegnanti, giornalisti, magistrati, infermieri, medici. Lo scheletro della struttura pubblica, in una lingua di terra di 360 chilometri quadrati dove di privato e di redditizio c’è ben poco. È in questo modo che l’Anp di Abu Mazen prova a piegare Hamas. Senza contare il blocco economico imposto da Israele.
Gaza è strangolata, isolata e misera. Una dimensione chiusa, senza via d’uscita, una prigione che non sembra tale solo perché – di fronte – c’è il mare. Lo stesso Mediterraneo. Il resto, è povertà. Le banche non possono dare ai correntisti neanche ciò che i clienti posseggono, perché la moneta scarseggia. Difficile trovare il latte, anche quello in polvere, e i prezzi sono comunque inaccessibili alla maggior parte degli abitanti. Difficile trovare il formaggio, ci si rifugia in quello che dà la terra di Gaza: pomodori, cetrioli, patate, e uova. Le mele? Un lusso da quasi tre euro al chilo, in un posto dove metà della popolazione è all’indigenza, e l’Onu dà da mangiare a centinaia di migliaia di persone. E i vestiti nuovi non arrivano, mentre i mercati si riempiono di quelli usati.
I beni voluttuari, come la Coca Cola, non si trovano. Le altre bibite gasate anche, perché non arriva il gas che serve a far imbottigliare la SevenUp e la Pepsy nelle fabbrica di Gaza, che hanno chiuso, così come quelle dell’edilizia, perché il cemento non supera i varchi di confine. Le sigarette, rifugio dei tempi disperati, hanno subito un aumento del 300%. Arrivano di contrabbando, come sempre succede nelle zone sotto embargo o sotto assedio. Passano dai famosi tunnel che uniscono (illegalmente) Gaza all’Egitto. Unico legame col mondo, da cui una volta passavano le armi e ora, dicono le voci di Gaza, passano le sigarette e qualche medicina a caro prezzo.
Il mercato nero, insomma, non manca. Manca invece quello legale, visto che i passaggi con Israele, così come il confine di Rafah con l’Egitto, sono chiusi alle merci. È entrato un po’ di cibo, l’altro giorno, ma nei camion c’erano anche 30mila cappellini e altrettante bandiere di Fatah, ha detto la polizia di Hamas, che ha accusato Ramallah di impegnarsi a mandare gadget ma non a far arrivare quello di cui la gente ha bisogno. Per esempio le medicine, visto che a Gaza non ci sono più, secondo il ministero della sanità e secondo l’Onu, 91 medicine di base. Scarseggia l’ossido nitrico, necessario per l’anestesia, e un terzo delle macchine per la dialisi è ferma per la manutenzione, dicono al ministero della salute, dove l’unico quadro alle pareti è quello di Arafat.
Ora anche Hamas ci tiene a dire che la situazione è dura, perché cinque mesi di embargo sono lunghi. Il periodo più lungo di isolamento subito da Gaza, in una storia pluridecennale che pure di blocchi ne ha vissuti tanti. E l’atmosfera, qui, è di chi non ha più speranza. Da molto tempo. Da ben prima del colpo di mano di Hamas. Di mattina presto però, sulla battigia, i ragazzi corrono a farsi il bagno. Perché il mare, almeno quello, è sempre lo stesso.

Leggi il reportage su Gaza di Paola Caridi sul Riformista



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