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Si parla di una nuova galleria sotto la Città Vecchia. Col rischio dell'ennesimo aumento di tensione

Paola Caridi

Lunedi' 5 Novembre 2007
Un tunnel per unire i quartieri ebraico e musulmano della Città Vecchia di Gerusalemme. Non è l’idea più recente di un ufficio per la promozione turistica, bensì il piano già elaborato dalla fondazione semigovernativa israeliana che sovrintende al Muro del Pianto, la Western Wall Heritage Foundation. E dovrebbe servire, secondo i promotori, per unire l’area del Muro del Pianto con gli ultimi scavi compiuti dall’Autorità Archeologica israeliana (la IAA) nel quartiere musulmano, proprio a ridosso della Spianata delle Moschee. Gli scavi sotto la sinagoga Ohel Ytzhak.
Al progetto, oggetto di un accordo tra la fondazione e la proprietaria del palazzo, la moglie del tycoon ebreo Irving Moskowitz, di cui sono note le posizioni radicali, è già considerata a prima vista una “buona idea” dal direttore generale della IAA, Yehoshua Dorfman. Ma manca comunque l’imprimatur ufficiale delle autorità israeliane. Che devono studiarne la fattibilità, ma anche – se non soprattutto – l’impatto politico. Non si tratta infatti, visto il luogo, di un semplice affari di archeologi, e di turisti e pellegrini affascinati dai reperti del periodo islamico-mamelucco ritrovati sotto la sinagoga. La questione, al contrario, rischia di scatenare l’ennesimo putiferio attorno alle “sacre pietre” di Gerusalemme vecchia, l’area a più alto rischio politico-diplomatico-strategico del mondo, nel rapporto tra metri quadri e zone ad alto rischio di deflagrazione sociale.
Se è vero che ogni centimetro, gradino, mattone, masso della Città Vecchia ha un suo significato e una sua “proprietà” contesa, un tunnel può essere l’ennesima miccia della discordia. Anche perché, a Gerusalemme, “tunnel” non è una parola neutra. Ai palestinesi ricorda i lutti del 1996 (80 morti in tre giorni), scatenati dall’apertura – era premier Benyamin Netanyahu – del cosiddetto tunnel asmoneo. Una galleria che dal Muro del Pianto corre lungo le vecchie mura attorno alla Spianata delle Moschee. Allora, undici anni fa, per i palestinesi musulmani il tunnel asmoneo significò la reificazione della minaccia che, secondo loro, incombe quotidianamente sul terzo luogo santo per l’islam: che gli israeliani vogliano ricostruire sulla Spianata il Terzo Tempio, per sanare la ferita della distruzione del Secondo Tempio di Gerusalemme.
Per alcuni israeliani, come quelli che comprano da anni proprietà dentro il Quartiere musulmano, “tunnel” può significare avvicinarsi alle mura attorno alla Spianata. Oppure, come sta succedendo soprattutto negli anni più recenti, vuol dire cercare le vestigia dei periodi del Primo o del Secondo Tempio, ricerche che sono alla base di alcuni degli scavi che l’Autorità Archeologica nazionale (IAA) sta conducendo in Città Vecchia. Con i soldi, come nel caso degli scavi sotto la sinagoga di Ohel Ytzhak a meno di cento metri dall’ingresso più vicino alla Cupola della Roccia, dice il quotidiano israeliano Haaretz, di Ateret Cohanim, una delle associazioni più conosciute, più floride e più radicali, che con l’andare degli anni ha acquistato molti palazzi non solo dentro il Quartiere musulmano, ma anche in aree gerosolimitane abitate da palestinesi, come Silwan o Abu Tor. I finanziamenti alla IAA di Ateret Cohanim e di altre associazioni simili sono già stati oggetto di numerose inchieste condotte da Haaretz sugli scavi archeologici di parte israeliana dentro la Città Vecchia. Contestati da altre autorità archeologiche universitarie a livello nazionale, perché significano una forte pressione sulla soprintendenza di chiaro segno politico, visto quali sono le posizioni tenute da associazioni di questo tipo.
Il nodo di fondo, invece, è come sempre la gestione condivisa della Città Vecchia. L’idea del tunnel che possa collegare la sinagoga di Ohel Ytzhak, abbandonata durante i disordini del 1936 e poi distrutta dai giordani dopo il 1948, alla galleria asmonea pone un serio problema sul sottosuolo nella Gerusalemme antica. A chi appartiene, chi lo gestisce, chi ha autorità sugli scavi che corrono sotto il Quartiere musulmano e sotto appartamenti di privati, chi determina i pericoli per la stabilità dei palazzi. E quanto conta, soprattutto, il rapporto con gli altri soggetti interessati: non solo i palestinesi che vivono nelle case del Quartiere musulmano, non solo l’opinione pubblica palestinese (e musulmana in tutto il mondo) che sulla questione di Al Aqsa e di Gerusalemme ha una sensibilità altissima, ma anche le autorità del Waqf musulmano che sovrintendono alla Spianata delle Moschee. I rapporti tra Waqf e autorità israeliane sono sempre molto delicate, e di volta in volta sfociano in bracci di ferro che mettono a rischio quel minimo di equilibrio su cui si tiene Gerusalemme. Pochi mesi fa, col progetto di nuovo ponte che avrebbe dovuto collegare una delle porte della Gerusalemme antica con la Spianata delle Moschee, la tensione fu altissima, la Città Vecchia militarizzata da un giorno all’altro, e poi il progetto fu sospeso a data da destinarsi. Per evitare che la tensione si potesse tramutare, da un minuto all’altro, in scontri non più controllabili. Il timore, anche in questo caso, è che una galleria si trasformi nell’ennesimo tunnel della discordia. Proprio quando per entrambe le leadership, israeliana e palestinese, non c’è bisogno di ulteriori ostacoli per rendere già difficile il cammino verso Annapolis.

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