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POLIZIOTTI A NABLUS. PREGHIERE COMUNI A RAMALLAH 5/11/07

A margine della visita della Rice a israeliani e palestinesi, il punto di quello che sta succedendo in Cisgiordania

Paola Caridi

Lunedi' 5 Novembre 2007
I 308 poliziotti sono arrivati a Nablus poco prima dell’alba di venerdì scorso. Carte alla mano, si sono dispiegati in città, e sono anche tornati al loro vecchio quartier generale, distrutto dall’esercito israeliano. Uniformi stirate e il lungo corteo di jeep tirate a lucido. I primi poliziotti dell’Autorità Nazionale guidata da Mahmoud Abbas arrivati nel capoluogo della Cisgiordania settentrionale, cuore mercantile della Palestina. I primi poliziotti frutto di una lunga trattativa tra le autorità israeliane e il governo di emergenza presieduto a Ramallah da Salam Fayyad. Con i buoni uffici del generale statunitense Keith Dayton, l’uomo che da oltre un anno e mezzo teorizza il rafforzamento (militare) di Fatah in funzione anti-Hamas. Dayton è stato visto a Nablus appena una settimana fa, quando ha incontrato il governatore designato da Abu Mazen e gli ha molto probabilmente parlato proprio del dispiegamento della polizia dell’Anp.
Dovrebbero riportare “legge & ordine”, gli oltre trecento poliziotti dislocati in una città – e in un’area – che è diventata il centro nevralgico delle milizie palestinesi. Nessuno, però, pensa che le centinaia di poliziotti (se ne dovrebbero aggiungere altri duecento a breve) possano cambiare di molto la situazione di Nablus. Non ci credono in primis gli israeliani, che continueranno a controllare l’area e a mettere in azione l’esercito per le retate che partono quasi ogni notte. E non ci credono molto neanche i dirigenti dell’ANP, che continuano a chiedere agli israeliani e alla comunità internazionale sostegni ben più concreti per riuscire a rafforzare un governo, quello di Ramallah, ancora debole. È stato lo stesso Fayyad, sabato, a chiedere per esempio la liberazione di duemila prigionieri palestinesi dalle carceri israeliane prima del meeting di Annapolis. A chiedere, cioè, un gesto concreto perché i palestinesi possano credere di riuscire a ottenere qualcosa, dalla linea trattativista di Fayyad e di Abu Mazen.
Annapolis, però, sembra ancora molto lontana. Per questo Condoleezza Rice è calata di nuovo in Medio Oriente, nella terza visita in pochissime settimane, per riuscire a tirar fuori da un negoziato impantanato un documento attorno al quale riunirsi. Ne ha parlato ieri con Ehud Olmert, ne parla oggi con Mahmoud Abbas. Perché è alto il rischio che la conferenza, su cui la segretaria di stato ha messo in gioco la sua immagine, non riesca a partorire qualcosa di sostanzioso, che perlomeno aiuti i “moderati” di Abu Mazen e di Fayyad.
Aiutarli, sostenerli in che cosa? La minaccia che campeggia sui giornali palestinesi (quelli legati al governo di Ramallah) e su quelli israeliani, è che il tempo giochi a favore di Hamas. E che Hamas possa presto compiere in Cisgiordania un colpo di mano simile a quello messo in atto a Gaza. Lo gridano alcuni editorialisti di parte palestinese. Lo sussurrano ai giornalisti israeliani le fonti dell’intelligence e dell’esercito. Hamas è dormiente, ma la sua infrastruttura resta intatta. Nonostante le centinaia di arresti che la polizia di Abu Mazen ha compiuto in questi ultimi mesi, senza suscitare sussulti garantisti da parte delle cancellerie occidentali. E nonostante le retate israeliane. Che Hamas non possa scomparire dalla società palestinese, che l’aveva fatta vincere alle elezioni politiche del gennaio 2006, era un fatto abbastanza scontato, per gli osservatori. Che l’infrastruttura civile e sociale di Hamas fosse ben presente in Cisgiordania, e non solo a Gaza, è stato oggetto di centinaia (se non migliaia di pagine) di studi sui vent’anni di vita del movimento islamista palestinese che riempiono gli scaffali delle biblioteche universitarie, comprese quelle israeliane.
Dov’è, dunque, la novità? Il nodo si chiama Annapolis, e cioè quali risultati possano venire da una conferenza sulla quale lo scetticismo è diffuso. E quali, invece, siano i rischi sul terreno del fallimento del meeting. Ma c’è anche un altro elemento: la possibilità che la porta verso Hamas non sia chiusa del tutto. Abu Mazen ha ribadito anche sabato che nessun negoziato è possibile con Hamas se non si riporta la situazione a Gaza al periodo pre-colpo di mano. Eppure tutti si chiedono il vero significato di una preghiera che si è svolta venerdì scorso. Alla Muqata, la residenza del presidente a Ramallah. A pregare assieme ad Abbas c’erano quattro leader di Hamas cisgiordana, compreso l’ex premier Nasser As-Shaer (per inciso, uno dei professori più noti dell’università di Nablus). I più rappresentativi tra quelli che non sono nelle carceri israeliane, dove sono rinchiusi da oltre un anno decine di ministri e di deputati del movimento islamista. Si apre uno spiraglio alla trattativa, Hamas cisgiordana gioca da sola, oppure – terza ipotesi – da Gaza si sente tutta la durezza dell’isolamento?

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