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PAKISTAN, ATTENTATO A MUSHARRAF 31/10/07

A Rawalpindi nel suo quartier generale. Ma all'ultimo qualocsa va storto e il kamikaze si fa saltare

Emanuele Giordana

Mercoledi' 31 Ottobre 2007

L'obiettivo era sicuramente il presidente benché il suo entourage abbia subito smentito l'ipotesi. Ma il kamikaze che si è fatto esplodere ieri a Rawalpindi in prossimità di un check point a un paio di chilometri dal quartier generale dell'esercito, molto probabilmente sapeva che Pervez Musharraf era in riunione coi suoi generali. Forse un'esitazione o il timore di essere scoperto hanno fatto decidere al giovane di farsi esplodere prima del suo obiettivo. Colpo forte e fatale per sette persone tra cui l'attentatore stesso e i soliti poveri innocenti di passaggio.
Erano circa le 10.30 del mattino quando un uomo a piedi è stato bloccato a un check point dalla polizia e a quel punto si è fatto saltare uccidendo i due poliziotti del posto di blocco, un altro militare e tre passanti. Quattordici i feriti. Per gli inquirenti la matrice è la solita, quella islamica, la stessa dell'attentato alla Bhutto. E già lunedi la capitale pachistana Islamabad era stata messa in stato di massima allerta dopo che i servizi avevano informato di possibili attacchi terroristici da parte di militanti provenienti dalla regione dello Swat, dove è in corso l'ennesimo scontro tra miliziani filotalebani ed esercito. Rawalpindi, o “Pindi” come da queste parti la chiamano in gergo, è una sorta di città gemella della vicina Islamabad. E' l'ex capitale, famosa per il suo colorato mercato, ed è ora sede del quartier generale militare pachistano e di una delle residenze del presidente Musharraf. Proprio qui il generale è stato vittima di due attentati nel 2003 di cui vennero accusati gli estremisti islamici che combattono in Kashmir. Ma quella di ieri è anche la terza bomba che colpisce Pindi negli ultimi due mesi, che hanno visto un duplice attacco suicida che ha ucciso 25 persone. Scia di sangue alimentata dai 139 ammazzati nell'attentato che aveva preso di mira Benazir Bhutto, l'ex premier appena rientrata, e dalle cento uccise dall'esercito nell'attacco che in luglio aveva “liberato”, dai fondamentalisti asserragliatisi dentro, la moschea rossa di Islamabad.
Per Musharraf sono tempi difficili: la Corte suprema concluderà venerdì l'esame del ricorso contro la sua eleggibilità decisa il cinque ottobre scorso sempre dalla Corte suprema che aveva così dato luce verde alla rielezione del capo dello stato ma non alla proclamazione del vincitore.
Continuano intanto a pesare le accuse che proprio la Bhutto aveva fatto ai sevizi segreti pachistani, il famigerato Isi, ritenuto da molti una sorta di contropotere su cui Musharraf non avrebbe controllo completo. E in effetti, per sapere che il presidente era in riunione, ci vogliono informazioni di prima mano, le stesse che permisero i primi due attentati da cui Musharraf uscì miracolosamente illeso.
Il Directorate for Inter-Services Intelligence, fondato nel 1948 dal generale britannico Robert Cawthome, vice capo di stato maggiore nell'esercito del Pakistan dopo la Partition, forma, con l'Intelligence Bureau (Ib) e il Military Intelligence (Mi), i servizi segreti pachistani. Ma mentre all'Ib, un settore dei servizi del Raj britannico poi passato al Pakistan, compete la politica interna e l'Mi si occupa del settore militare, l'Isi sarebbe il responsabile della sicurezza nazionale e della difesa, inizialmente con mandato di monitoraggio sull'India. Il suo ruolo venne ampliato anche al servizio di spionaggio politico interno da Ayub Khan, negli anni Sessanta. Gli “occhi, le orecchie e i muscoli di Ayub Khan”, e in seguito dei vari regimi pachistani – come lo ha efficacemente definito l'opinionista Anwar Syed, professore emerito all'Università del Massachusetts - consiste di sette divisioni e ha un ruolo di coordinamento delle diverse agenzie. Contava su circa 10mila funzionari tra civili e militari. Il suo ruolo col tempo è cambiato: è stato fondamentale nel finanziare i movimenti guerriglieri mujaheddin afgani con base in Pakistan, anche attraverso fondi di altri paesi, e da allora ha lavorato a stretto contatto con la Cia. Gli si deve la formazione di gruppi fondamentalisti armati attivi soprattutto nel Kashmir e all'estero (India, Bangladesh) ed ebbe un ruolo fondamentale nel training dei mujaheddin afgani e nella nascita dei talebani, amicizia mai del tutto spezzata. I suoi detrattori dicono che le sue operazioni “coperte” comprenderebbero sequestri, abusi, traffici illeciti, torture e omicidi. L'Isi, scrive la Federation of American Scientists “non risponde né alla leadership delle forze armate, né al presidente, né al primo ministro”. Musharraf vi ha messo mano cercando di riportare ordine e di riformare il servizio tentando di controllare le sezioni “deviate” con prepensionamenti forzati e una forte riduzione del numero dei funzionari. Fino a dove non si sa.

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