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BIANZINO, MANCONI CONTRO ARCHIVIAZIONE: NECESSARIE NUOVE PERIZIE 14/02/08

A CASA DI ALDO E ROBERTA 28/10/07

Resta solo una giacca appoggiata e un lavoro non finito a casa di Aldo Bianzino, un uomo di quarantaquattro anni che il "vizio" di fumare l'erba ha portato due settimane fa nel carcere di Capanne. Da cui non è uscito vivo. Il racconto della sua compagna nella bella casa tra le montagne umbre dove siamo andati a vedere e a sentire chi era

Il laboratorio di Aldo. La foto è di R. Martinis

Emanuele Giordana

Domenica 28 Ottobre 2007

Pietralunga (Pg) – Una storia italiana. Una brutta, bruttissima storia italiana il cui filo rosso si dipana dalla casa circondariale di Capanne, vicino a Perugia, sino alla quiete delle ordinate e in gran parte ancora selvagge montagne del comune di Pietralunga, a Nord del capoluogo umbro. Una cinquantina di chilometri che dalla pianura portano in un universo di boschi ammantato dalle prime nebbie e dove si mescolano, al verde intenso degli olivi che man mano spariscono, l’arancio e il giallo ocra dei primi colori autunnali.
Lasciamo Città di Castello e ci inerpichiamo lungo le colline di Pietralunga, verso il luogo dove, la mattina di venerdi 12 ottobre, una squadra di agenti in borghese si muove in direzione de “Le Caselle”, la casa di campagna dove Aldo Bianzino e Roberta Radici vivono col piccolo Rudra e la madre ultranovantenne di lei.
Vanno lì per arrestare Aldo e Roberta i poliziotti in borghese che hanno un mandato della procura di Perugia. Trovano diverse piante di erba nei campi e, in casa, trenta euro, magro bottino per un supposto spacciatore. Rovistano. Rovesciano. Aldo rassicura il figlioletto che viene lasciato solo, con la nonna, per tre lunghi giorni. Fa capolino un assistente sociale ma nessuno si occupa in realtà del ragazzo e della nonna che, pur vantando un’ottima lucidità, è comunque un’anziana che ha bisogno di cure quotidiane. Tocca a Rudra, a questo tenero ragazzo di quattordici anni, telefonare a Daniela, un’amica di famiglia, molte tempo dopo, per chiedere aiuto. “Vieni” le dice. Senza aggiungere altro. Un pudore e forse un orgoglio che hanno trasformato un bambino in adulto in una manciata di ore.
Anche noi ricorriamo a Daniela e prima ancora a Gloria, due amiche di Aldo e Roberta, per arrivare a questa casa delle favole in mezzo al bosco. Ci siamo fatti mille scrupoli e abbiamo vinto qualche resistenza. Comprensibilmente né Roberta, che dopo la morte di Aldo è stata subito scarcerata, né i loro amici, hanno voglia all’inizio di parlare coi giornalisti. Ma poi, anche grazie al buon lavoro di una collega locale della “Nazione”, cominciano a fidarsi. Si fa strada in loro soprattutto l’idea che questa storia maledetta, non solo debba aver giustizia per la famiglia, ma possa anche servire, se non ormai a restituire il corpo fisico di Aldo, a far si che simili cose non si ripetano più.
La casa è un’antica costruzione di pietra riattata con attenzione e perizia. C’è una campagna ordinata intorno strappata ai boschi e, in un angolo, un piccolo laghetto ricavato con un ampio telo di plastica steso su una buca. Entriamo buttando l’occhio nella falegnameria di Aldo che è appena sotto l’ingresso, sopraelevato di qualche gradino. C’è ancora la sua giacca buttata in un angolo e una massiccia asse rossastra, forse in verniciatura. La luce del pomeriggio si fa tenue e sfuma i colori mentre scende il freddo che sta annunciando l’inverno. In casa l’arredamento è modesto ma raffinato come in molte altri casali qui.
Roberta ci viene incontro circondata da amici che, da una settimana, sono spesso a farle visita. Una piccola impresa visto che i casolari sono sparsi in quest’Umbria profonda in cima ai monti. La vecchia madre, in un angolo, riposa. Rudra appare ogni tanto e la abbraccia, come a darle un conforto silenzioso e intenso. E’ un fiume in piena questa donna forte e dagli occhi chiari e profondi in cui una lucidità, che appare come uno sforzo della volontà, lascia solo ogni tanto il passo a un dolore profondo e alle domande inevitabili di un futuro incerto, gravato da un’assenza di cui però, stranamente, si avverte in mille cose l’essenza: gli infissi rifatti da Aldo, il cancelletto in legno di Aldo, le porte piallate da Aldo….Oltre l’anima, le cose.
“Non mi sento sicura. Non so, ho come la sensazione, il presentimento che qualcuno ci spii. Che ci sia qualcosa”, dice Roberta confidandosi senza steccati. Ci chiede: “Credete che abbia senso o sia solo una lucida paranoia? E’ che abbiamo visto macchine di estranei nella zona, forse solo curiosi. E’ anche che ora sono una donna sola e senza compagno. Con una pensione di invalidità, un’anziana madre che ha bisogno di cure e un ragazzo che deve andare a scuola e che vorrei strappare a questi giorni terribili riportandolo dai suoi compagni di classe”. Lui intanto, dopo averci salutato con cortesia, è scivolato di sopra, con un amico.
Non si fa pregare Roberta Radici e ripercorre con noi quelle lunghe tragiche ore. E’ un racconto lucido che solo raramente tradisce una ferita profonda, i dubbi e quella domanda ossessiva: chi, perché, perché proprio ad Aldo? Già, Aldo Bianzino, un uomo che tutti descrivono con un aggettivo: “mite”. E’ un termine che ricorre: “Parlava poco – dice Benedetto, amico di vecchia data – e solo in occasione di qualche festa, quando preparavamo le cose necessarie, avevamo modo di scambiare due parole. Seppi così che aveva studiato al conservatorio il che faceva capire perché, quando suonava l’harmonium (uno strumento indiano ndr), arrivava ad estraniarsi per ore…ohi Aldo, gli dicevamo, è ora di cena…”. Un uomo mite dice Daniela, un tipo tranquillo, racconta anche il piccolo figlio di Gloria. Ma non c’è solo aria di mitezza in questa casa (anche perché, al contrario, Roberta è una donna di indubbia vivacità ed estremamente reattiva). Ci sono libri e cultura. Buone letture e ore di meditazione. Anche una scelta spirituale – gli insegnamenti del maestro indiano BabaJi - di cui nessuno ha voglia di parlare ma che aleggia in queste case sparse tra i boschi e unite da una vecchia amicizia nata negli anni Ottanta, quando l’Umbria di popolò di gente venuta da fuori a cercare un’altra dimensione in questi borghi medioevali, tra queste montagne dove l’aria è rarefatta. Gente “strana” per quelli del posto. Capelli lunghi e, certo, qualche spinello. Ma nessuna “brutta storia” oltre al fatto di esser “bizzarri”.
Il ritorno a quella domenica maledetta è un pugno nello stomaco. “Sono le nove e un quarto del mattino – racconta Roberta - quando un ispettore viene a interrogarmi piuttosto violentemente: cosa ha preso suo marito, cos’à ingerito? Soffre…è svenuto. Svenuto? Ma come sta? Sono confusa, spaventata, so che Aldo non ha preso nulla. E’ in coma – mi sbraita ancora – ci vuole una lavanda gastrica. Non so cosa pensare mentre la dottoressa mi dice che hanno anche provato a rianimarlo. In questo stato alle 11 arriva il direttore del carcere. Freddo, calmo, professionale. Sono libera. E Aldo? E’ al Silvestrini, mi dice il direttore…le faremo sapere”.
In realtà Aldo è già morto e non si trova al “Silvestrini” ma in un altro vecchio nosocomio. Quando è morto veramente? Solo l’autopsia può confermare l’ora esatta del decesso che potrebbe risalire al mattino presto come sembra far pensare una dinamica che resta ancora oscura. “Sono in uno stato inimmaginabile – aggiunge Roberta - e non so cosa pensare. Alle 12 mi fanno firmare una decina di fogli per la scarcerazione che nemmeno leggo, mi fan fretta. Sta venendo Daniela a prendermi, l’han chiamata per dirle che ho bisogno che c’è stato…un problemino. Ma io continuo a pensare ad Aldo. E Aldo, chiedo, dov’è Aldo, quando lo vedrò? E’ ancora l’ispettore a rispondermi: lo vedrà martedì, dopo l’autopsia”.

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