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NE' VEGLIARDI, NE' BAMBOCCIONI, COME CAMBIA LA SOCIETA' ITALIANA 24/10/07

Parla Nadio Delai (nell'immagine), curatore della ricerca “Il passaggio dall'Io al Noi, dinamiche e prospettive dell'associazionismo anziano" commissionata dall'Associazione “50&PiùFenacom” e i cui risultati vengono presentati oggi a Fiuggi al GoldenAge Forum internazionale

Emanuele Giordana

Mercoledi' 24 Ottobre 2007

Ne vegliardi né bamboccioni. A leggerla con la lente della ricerca la società italiana è molto più complessa e si è evoluta in un modo opposto agli stereotipi. Con gli “anziani” che, in questi anni hanno fatto supplenza di welfare garantendo ai giovani italiani la possibilità di aspettare un tardivo ingresso in un mercato del lavoro con sempre meno garanzie. La “terza età” però vuole adesso contare come la seconda. Fare un salto di qualità dalla consapevolezza che esser anziani non significa essere finiti e che si traduce nel desiderio di contare di più: diventare rappresentanza collettiva e far sentire la propria voce. Sono alcune delle novità che emergono dallo studio che l'Associazione “50&PiùFenacom” ha commissionato ad Ermeneia e i cui risultati vengono presentati oggi a Fiuggi al GoldenAge Forum internazionale. Il curatore, Nadio Delai, non ha dubbi: “Sono dieci anni che stiamo dicendo che gli anziani italiani sono vivi, vegeti e attivi e che l'85% fra loro, rivela la ricerca (“Il passaggio dall'Io al Noi, dinamiche e prospettive dell'associazionismo anziano”), si trova in situazione di sostanziale autonomia. Il 40% dispone di un reddito appropriato e solo il 16% si sente in uno stato di povertà reale o percepita
Gli anziani ci sono e contano. Anziché essere peso le vostre ricerche dicono che sono risorsa
Rivelano che giocano il ruolo di una sorta di finanziaria di casa. L'accoppiata nonni-genitori garantisce trasferimenti nell'ordine di 80 miliardi l'anno ai giovani il che è pari al 15% dei consumi delle famiglie italiane. Mica briciole
La garanzia per i bamboccioni?
Mi lasci dire che il termine non ha senso: il 70% dei venti trentenni ha l'esatta coscienza di vivere una formazione che non finisce mai che è un rimando continuo dell'ingresso nel mondo del lavoro: consapevolezza, altro che bamboccioni. Infine è vero che il welfare italiano ha giocato tutto in termini pensionistici senza occuparsi di un ingresso sul mercato assai poco sostenuto. Ma le dico di più: i venti trentenni vivono la stessa ansia dei sessanta-settantenni
In che senso?
Anche gli anziani vogliono esser attivi e tornare al lavoro, un altro lavoro. C'è un'energia potenziale che si può associare a nuove attività imprenditoriali. Voglia di contare che è l'esatto opposto dell'ansia sugli anziani visti come peso morto
Ma così non sottraggono occasioni di lavoro ai giovani?
Altro stereotipo. Le statistiche ci dicono che la sovrapposizione è nell'ordine del 5%. Sono tipi di lavoro diversi. Semmai complementari
Bamboccioni consapevoli, anziani che sono giovani, pesi apparenti che sono risorse. E poi?
E poi la necessità di fare un salto di qualità: culturale - valorizzando la loro voglia di fare- ma anche aggregativo. Gli anziani hanno consapevolezza che comunque star bene da soli non basta e nemmeno esser riconosciuti come soggetti forti. Il passaggio è verso forme associative che diano voce a questa energia degli anziani. Stare assieme per contare
Un partito
Non è questa la risposta e nemmeno lo sono le vecchie forme associative “derivate” dall'ex esperienza di lavoro. Formule nuove: un fatto di cui ha coscienza il 69% degli anziani. Assieme per avere incisività sulle grandi trasformazioni
Ad esempio?
Come orientare gli investimenti pubblici. Solo alcune amministrazioni hanno capito che per gli anziani vanno pensate politiche distinte ma parallele. Ad esempio investire per evitare che chi vive abbastanza bene autonomamente non scivoli nella fascia a rischio. Valorizzare le energie che ci sono, ad esempio togliendo il cumulo e impedendo che, come accade ora, gli anziani lavorino al nero


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