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Un kamikaze si fa esplodere in mezzo al corteo in festa per il ritono dell'ex-premier doppo otto anni di esilio

Junko Terao

Sabato 20 Ottobre 2007

“Non ci faremo intimidire. Si è trattato di un attentato contro la democrazia, non contro la mia persona”. Così l’ex premier pachistana Benazir Bhutto ha commentato le esplosioni che nella notte tra giovedì e venerdì hanno accolto il suo ritorno in patria dopo otto anni di esilio volontario. 139 morti, più di 500 feriti, di cui 40 in modo grave, è il bilancio del più grave attentato della storia del Pakistan. Bhutto era atterrata poche ore prima all’aeroporto di Karachi e stava attraversando la città a bordo di un camion blindato, diretta alla tomba del fondatore del Pakistan, Mohammed Ali Jinnah. Lì, ieri mattina, avrebbe dovuto tenere il suo primo discorso. Il convoglio era seguito da un corteo di centinaia di migliaia di sostenitori accorsi per festeggiarla. Secondo la polizia, un terrorista ha prima lanciato una granata e poi si è fatto saltare in aria. Sul luogo delle esplosioni sarebbe stata ritrovata la testa del kamikaze se cui verrà fatto il test del dna. Sulla responsabilità dell’attentato la Bhutto lancia delle accuse. “So esattamente chi ha cercato di uccidermi. Sono funzionari dell'ex regime del generale Zia, che oggi sono dietro estremismo e fanatismo. Io per loro sono un pericolo. Se porterò la democrazia nel paese, perderanno la loro influenza”. Il generale Mohamed Zia-ul-Haq assunse la guida del Pakistan nel ‘77 e depose l'allora primo ministro Zulfikar Alì Bhutto, padre di Benazir, che fu poi impiccato. “I talebani e gli estremisti islamici non possono agire da soli – continua. Hanno bisogno di sostegno logistico, cibo, armi e una supervisione», afferma riferendosi ad alcuni elementi dei servizi segreti. Anche suo marito, Asif Alì Zardari, punta il dito contro elementi jihadisti in seno ai servizi segreti, affermando di avere documenti che provano le sue accuse. Secondo il governo, invece, gli autori dell’attentato sarebbero gli estremisti tribali pachistani. «Sapevamo che alcuni estremisti, fra cui il militante tribale Beitullah Mehsud, avevano preso di mira la Bhutto», ha detto il ministro degli Interni Aftab Sherpao. “Il Partito dell'ex premier era stato avvertito di queste minacce”, ha aggiunto il ministro che ha poi accusato i sostenitori del Ppp di aver craeto difficoltà all'apparato di sicurezza. Intanto Musharraf, ancora in attesa del verdetto della Corte Suprema sulla legittimità della doppia carica di generale-presidente, ha defininito l’attentato “una cospirazione contro la democrazia” e ha dichiarato che il governo farà di tutto per catturare i responsabili. Alla vigilia del suo rientro in Pakistan, Benazir Bhutto sapeva che il rischio di attentati era concreto. «Mi avevano informata di due squadre suicide di Taleban dall'Afghanistan e dal Pakistan, una di al Qaida e una qui a Karachi». Ma chiede che venga aperta un’inchiesta perché poco prima dell'attentato, al crepuscolo, le luci della strada si sono spente e nonostante la richiesta della sua sicurezza di riaccenderle per avvistare eventuali attentatori, ciò non è stato fatto. Il clima di relativa distensione seguito all’accordo di inizio ottobre tra il generale e l’ex premier sembra sempre più fragile.

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