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PALESTINA IN MENOPAUSA 11/10/2007

Recensione all'ultimo libro di Suad Amiry, Niente Sesso in Città, pubblicato da Feltrinelli

Paola Caridi

Giovedi' 11 Ottobre 2007
La Palestina? È in menopausa. Solo l’ironia graffiante di Suad Amiry poteva metabolizzare in modo così dirompente l’ultima fase della Palestina, lo stato-che-non-c’è più reale del pianeta. Gli esperti, dice l’architetta palestinese divenuta famosa in Italia per il suo Sharon e mia suocera, definiscono la menopausa “un brusco risveglio a una nuova fase della vita”. E il brusco risveglio della Palestina ha una data precisa, il 25 gennaio 2006, le elezioni politiche in cui ha vinto Hamas. Il giorno in cui l’establishment dell’Olp e dell’Autorità Nazionale ha scoperto, d’un tratto, che Fatah, il partito che fu di Yasser Arafat, poteva essere mandato a casa dagli elettori. Come in una normale democrazia dell’alternanza, in un paese che normale non è. Non è uno stato, non ha confini, e per giunta è sotto occupazione.
Il brusco risveglio, per Suad Amiry, è la fine di un sogno perseguito pervicacemente da una generazione intera, soprattutto di donne, che alla Palestina ha dato molto. “Anche se la Palestina non ha dato loro in cambio granché”, scrive la Amiry nella dedica di Non c’è sesso in città (Feltrinelli), inno nostalgico e forse un po’ troppo indulgente a una èlite che le sue colpe, comunque, le ha avute.
Nel giorno della vittoria schiacciante di Hamas, un gruppo di donne in menopausa, in quasi-menopausa, o in confusione ormonale si riuniscono nella sala vip del Darna, il ristorante più in di Ramallah, città vivace e divertente, cuore culturale oltre che istituzionale della Cisgiordania. Fornendo così lo spaccato di quella Palestina climaterica che – agli occhi della Amiry – “non era altro che la materializzazione dei nostri fallimenti”.
I fallimenti di una generazione, quella che aveva lottato per la Palestina attraverso l’Olp, si condensano nelle chiacchiere ad altissima voce, scoppiettanti e graffianti come carta vetrata delle attempate Lena, Reem, Ola, Aida, Jamileh, Ann. E delle più giovani Maya, Rana, Fadia. Nomi di fantasia per indicare donne vere, le amiche di Suad, descritte nella loro infanzia poliglotta, plurale, multinazionale, multiconfessionale. E poi nella loro educazione politica, sentimentale e culturale. Donne ironiche, colte, battagliere, con un passato nella Storia, nei libri e nei diversi dolori della Palestina, e un presente in una terra slabbrata. Donne che hanno viaggiato tra Libano, Siria, Egitto, Marocco, Tunisia. Si sono addottorate a Parigi o negli States, parlano e scrivono correntemente almeno due lingue, più spesso tre. E passano, come i contadini dei villaggi della Cisgiordania, ore ai check-point, sono bloccate dal Muro di separazione, hanno avuto morti ammazzati dagli israeliani nella famiglia, e sono alla perenne ricerca di uno Stato sinora negato.
Nonostante tutto, però, questa generazione non perde il suo carattere di mondo elitario, che sembra aver fatto i conti con tutto. Ma non con l’altra Palestina che ha votato per mandare a casa l’èlite che aveva firmato Oslo e aveva provato a costruire la Palestina attraverso l’ANP. Lo sguardo nostalgico, empatico della Amiry è un grido d’amore verso la Palestina laica. In attesa – è un augurio - del prossimo suo sguardo posato sull’altra Palestina, quella che ha votato Hamas, per spiegarla a noi italiani.

Suad Amiri, Niente sesso in città, Feltrinelli 2007
A cura di Maria Nadotti

Leggi la recensione sul Domenicale del Sole24Ore



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