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MUSHARRAF, VITTORIA SOSPESA 7/10/2007

Il generale stravince alle presidenziali ma sulla legittimità del voto la Corte Suprema si esprimerà solo il 17 ottobre. Intanto l'accordo con Benazir Bhutto sembra scricchiolare

Junko Terao

Domenica 7 Ottobre 2007

Vittoria annunciata per Musharraf, ma in Pakistan, dopo mesi di crisi politica e istituzionale, regna ancora l’incertezza. Le elezioni presidenziali di ieri hanno sancito la vittoria schiacciante del generale: 252 voti su 257 espressi nelle due camere del Parlamento, e un’affermazione altrettanto netta nelle quattro assemblee provinciali. Il capo delle forze armate, salito alla guida del paese 8 anni fa con un colpo di stato, si riconferma dunque presidente, almeno in teoria: sulla legittimità del voto di ieri si attende infatti il giudizio della Corte Suprema, previsto per il 17 ottobre. La Corte, che solo nella serata di venerdì aveva dato il via libera alle elezioni, dovrà esprimersi sulla costituzionalità del doppio ruolo del generale-presidente. In Pakistan intanto cresce la protesta dei partiti d’opposizione e di una società civile che non abbandona il sogno di una transizione democratica del paese. Scontri e manifestazioni hanno accompagnato il voto in molte città. Diversi feriti a Peshawar, dove la polizia ha usato lacrimogeni e manganelli, mentre a Karachi i dimostranti hanno bloccato le strade bruciando copertoni d’auto. Nei tribunali di tutto il paese, inoltre, le udienze sono state sospese per uno sciopero degli avvocati, i più agguerriti contestatori di Musharraf, al quale hanno contrapposto un proprio candidato. Il giudice Ahmed Wajihuddin, leader della Confraternita degli Avvocati che da mesi porta avanti una dura battaglia, alla vigilia del voto aveva dichiarato: “Se ci fosse un parlamento liberamente eletto e non frutto di brogli e manipolazioni come questo, la vittoria sarebbe mia”. Wajihuddin in Parlamento si è aggiudicato solo due voti, ma riscuote senza dubbio il favore popolare. “La gente è con noi – dice - Musharraf non è qualificato per essere presidente”. Gli avvocati sfidano il generale in campo legale: sono stati loro a presentare le obiezioni d’incostituzionalità sulla sua candidatura. Ma è un altro tassello del delicato puzzle pakistano ad alimentare l’incertezza: l’accordo firmato venerdì tra il partito di governo PML-Q e il PPP dell’ex premier Benazir Bhutto, dal 1999 in esilio volontario a Londra, dove si rifugiò per sfuggire alle accuse di corruzione mosse contro di lei proprio da Musharraf. Atteso da giorni e confermato solo alla vigilia del voto, l’accordo prevede la cancellazione delle accuse per la Bhutto in cambio di un patto di condivisione del potere: Musharraf presidente e lei primo ministro, dopo le elezioni politiche che si terranno a gennaio. Tra le condizione poste dalla Bhutto, la rinuncia di Musharraf alla divisa. Uno scenario ben visto anche dagli Usa: Washington spera infatti in una soluzione della crisi che non richieda l’uscita di scena di Musharraf, il suo principale alleato nella lotta contro il terrorismo filotalebano. Ma in Pakistan, di questi tempi, nulla può esser dato per certo: l’abbandono del Parlamento da parte dei deputati del PPP durante il voto non era negli accordi. Ghias Mela, esponente del PML-Q, ha dichiarato infatti: “Dovevano partecipare, questa era l’intesa, ma un simile comportamento danneggia le nuove relazioni”.

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