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CERCASI PALESTINA, DISPERATAMENTE 29/9/07

Il sito della Cia distingue tra Gaza e Cisgiordania. Non esiste la dizione Territori Palestinesi occupati. Il futuro è già scritto? (nella foto, il quartiere gerosolimitano di A-Ram)

Paola Caridi

Sabato 29 Settembre 2007
La dizione esatta, nella versione delle Nazioni Unite, sarebbe “Territori Palestinesi Occupati”. O, nell’acronimo onusiano, Opt, Occupied Palestinian Territories. Ma se si prova a cercarli sul sito della CIA, il risultato è deludente. Nessuna occorrenza. I Territori Palestinesi Occupati non ci sono nell’elenco dei paesi indicati sul World Factbook della centrale di intelligence più nota del mondo. O meglio, ci sono, ma separati in “Striscia di Gaza” e “Cisgiordania”, come se Gaza e Cisgiordania fossero ormai due parti a se stanti, in una geografia politica – quella palestinese – che sembra ormai definitivamente cambiata. Almeno, stando a quello che si pensa a Langley.
Cisgiordania e Gaza, dunque, sono due entità separate. Ora anche da scenari strategici che prevedono, per loro, destini diversi. La prima, la Palestina di Ramallah, è una “entità” – meglio sarebbe dire una Autorità - con cui i rapporti della comunità internazionale sono ottimi, anche se si tenta ancora faticosamente di elaborare con l’Anp di Ramallah un documento da far sottoscrivere nella conferenza di pace di Washington. L’altra – la Palestina confinata nella Striscia – è invece una “entità ostile”, secondo la definizione usata dal governo israeliano dieci giorni fa. Per la quale il futuro si presenta sempre più orientato verso sudovest, e sempre meno verso nord.
A confermare la volontà di dare all’Egitto la gestione e il controllo di Gaza, in mano a Hamas, sono state le voci fatte filtrare dai vertici militari israeliani. Il giorno dopo la decisione dell’esecutivo di Ehud Olmert, di denominare la Striscia di Gaza una “entità ostile” a causa dei continui lanci di Qassam sulle città israeliane del Negev, il Jerusalem Post ha pubblicato la notizia che le forze armate hanno presentato al vice capo di stato maggiore Moshe Kaplinsky l’idea di un “disimpegno completo” dalla Striscia, con la chiusura dei varchi sinora esistenti tra Gaza e Israele, e la cessione – per così dire – delle responsabilità umanitarie all’Egitto.
Nei circoli che, a vario titolo, contano a Gerusalemme, il disimpegno completo di Israele da Gaza sembra non solo un’operazione in programma, ma viene considerato il risultato del disimpegno parziale operato da Ariel Sharon con la chiusura delle colonie israeliane nella Striscia nell’agosto del 2005. Che Hamas ha involontariamente velocizzato con il colpo di mano dello scorso giugno.
Gaza, insomma, tornerebbe sotto l’egida del Cairo, con tutto quel che ne consegue per gli equilibri interni al più importante paese arabo, colonna della strategia occidentale in Medio Oriente. A molti osservatori, infatti, una riedizione del controllo della Striscia sembra una polpetta avvelenata a medio termine per il regime di Hosni Mubarak, che negli ultimissimi mesi – e soprattutto nelle ultime settimane – sta attuando una politica di “contenimento” delle opposizioni che non è mai stata così dura in tutto il quarto di secolo di presidenza, tra arresti e condanne di giornalisti, e arresti di dirigenti della Fratellanza musulmana, a cui fanno da contraltare importanti scioperi nel cuore operaio del Delta.
Né viene sottovalutato il peso che una Cisgiordania sotto controllo giordano avrebbe sugli equilibri di Amman. Mentre, infatti, tutti smentiscono l’idea di una confederazione cis-transgiordana (un vecchio sogno rivisto e corretto più volte, negli ultimi trent’anni), ci sono voci che parlano di una discussione dietro le quinte che potrebbe divenire pubblica dopo la conferenza di Washington. Il rischio, però, è che il precario equilibrio del regime hashemita finisca stritolato nella tenaglia rappresentata da una Cisgiordania politicamente molto attiva, da una popolazione palestinese (quella presente in Giordania) che non è da meno, e da oltre 750mila profughi iracheni. Una massa in cerca di rappresentanza e di ruolo politico che potrebbe minare alla radici i pilastri sui quali venne fondata la Giordania contemporanea.
Le due Palestine (che potrebbero raddoppiare se si pensa alla divisione in fieri all’interno di una Cisgiordania frammentata in città-stato) possono diventare una soluzione fin troppo “facile”, per risolvere la più vecchia crisi mediorientale. Ma possono anche essere l’incubo prossimo venturo.

Leggi l'articolo a p. 7 del Riformista

In edicola, dal 28 settembre, anche l'ultimo numero di Limes dedicato alla Palestina, con un articolo di Paola Caridi sui Bantustan in Cisgiordania



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