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IRAQ: NON CONFONDERE MILITARE CON UMANITARIO 14/11/03

Petizione popolare al Parlamento del Tavolo di solidarietà

E.G.

Venerdi' 14 Novembre 2003

Il “Tavolo di solidarietà con le popolazioni dell’Iraq” ha sempre avuto le idee molto chiare sulla guerra. E anche sul dopo guerra. Il coordinamento cui fanno capo una trentina di organizzazioni non governative, e che ha tra i capofila “Un ponte per...”, associazione che opera in Iraq dai tempi dell’embargo, è stato tra i primi pubblici accusatori dell’indebita possibile confusione tra la missione di “intervento umanitario”, come il governo ha chiamato l’operazione “Antica Babilonia”, e l’aiuto umanitario vero e proprio. Quello che, per intendersi, non dovrebbe certo apparentarsi con una missione dal mandato ambiguo, senza avvallo dell’Onu e alleata con i promotori di una guerra largamente rifiutata, tra l’altro, dalla maggioranza dell’opinione pubblica italiana.
Ieri il Tavolo è tornato sull’argomento, promuovendo una petizione popolare per la non partecipazione italiana all’occupazione militare dell’Iraq, che chiede al Parlamento che siano revocate le decisioni relative alla partecipazione italiana alla “Coalition Provisional Authority”, come all’invio del contingente italiano in Iraq e che sia ripristinata la legalità internazionale, affidando alle Nazioni Unite la gestione della transizione, della sicurezza e della ricostruzione”. Il Tavolo ritiene dunque che debbano essere promosse iniziative di aiuto umanitario solo in coordinamento con le Agenzie dell’Onu e solo quando sia stato formato un Governo iracheno internazionalmente riconosciuto.
Su un versante parallelo, pur esprimendo grande solidarietà ai militari italiani uccisi nell’attentato a Nassiriya e condannando qualsiasi forma di violenza specie se di stampo terrorista, il presidente delle Ong italiane Sergio Marelli, sottolinea che: “La nostra posizione è sempre stata chiara e manifesta quando affermavamo che non era possibile risolvere il conflitto iracheno schierando forze militari. Eravamo e siamo tuttora convinti che ciò non fa altro che inasprire i conflitti e accrescere violenze e ritorsioni.” Le Ong italiane aderenti all’Associazione o al Tavolo, non lavorano infatti a Nassiriya proprio perché, spiega Marelli, “coerentemente con la nostra posizione, prima di intervenire nella regione avevamo chiesto un confronto con le forze militari della missione in Iraq, al fine di veder garantita la totale autonomia di un nostro eventuale intervento nella zona controllata dalle forze anglo-italiane. Confronto che però non è stato possibile attuare.” E autonomia che probabilmente i militari non avrebbero potuto garantire, innescando così la perversa confusione tra solidarietà indipendente e umanitario in divisa.
La ruggine è antica. La diatriba sul dopoguerra iracheno, ancor prima che il conflitto fosse cominciato, era già inziata in Italia, in altre parti d’Europa - in Francia specialmente – e persino in America. Organizzazioni umanitarie, associazioni e Organizzazioni non governative avevano già fiutato la trappola che si nascondeva dietro l’ennesima “guerra umanitaria”. Ma questa volta, già vaccinati dall’esperienza kosovara e dai bombardamenti in Afghanistan, gli operatori umanitari disposti a sanare le ferite di una guerra non volevano più essere confusi con chi la guerra la fa. La presa di distanze, iniziata quando gli americani decisero che anche l’aiuto umanitario sarebbe passato sotto lo sguardo severo dei militari della coalizione, si è fatta col tempo sempre più forte e, in Italia, aveva già scritto sul ruolino di marcia della solidarietà, laica come crisitana, che l’associazionismo non sarebbe andato “al seguito” dei militari.


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